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Il sito di Alfonso d'Agostino: come da definizione fraterna, il sito di un triestino stralunato a Milano
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Di Admin (del 03/07/2009 @ 23:27:11, in Blog, linkato 17 volte)
Sono certo che il 99% di chi mi sta leggendo sia incappato, almeno una volta nella sua vita, nel cosiddetto "Libro delle risposte". Una roba che alla sua uscita, temo almeno dieci anni fa, poteva anche essere simpatica e divertente, ed in effetti ricordo qualche serata in cui un gruppo di debosciati rivolgeva le domande più disparate/disperate e analizzava sghignazzando le risposte. Inutile sottolineare che le mie riguardavo la possibiità di godermi mai, un giorno anche lontano della mia esistenza, la Triestina in serie A... A onor del vero, devo ammettere che il libro non è mai stato troppo ottimista a riguardo. Quello che mi capita oggi, passeggiando con la mia nota frequenza in libreria, è un po' patologico; ebbene sì, lo confesso, mi capita di osservare la gente che si avvicina al "Libro delle Risposte". Ci si avvicina, lo si prende in mano un po' , invariabilmente si alza un attimo lo sguardo - a preparare la domanda - e si apre il libro ad una pagina a caso. L'espressione che segue è sempre differente, e più di una volta ho pensato di piazzarmi strategicamente dietro una colonna e fotografare volti stupiti, intristiti, sollevati, perplessi. Sono curioso per natura, immagino, e in questa situazione non è possibile non chiedersi "Ma quali domande porrà la gente al Libro delle Risposte"? Questa sera ho scoperto un link meraviglioso: su Il libro delle risposte online lo possiamo scoprire, perchè vengono archiviate le ultime 100 domande poste, e le relative risposte. Alcuni esempi, le parentesi in corsivo sono mie: ilaria:<<davide mi pensa ancora >> Assolutamente Si (Ilaria tira un sospiro di sollievo davanti al pc)ali:<<torneremo assieme a settembre?>> non ti accorgi che stai perdendo tempo? (Ali piange sconsolato davanti al pc)Miriam:<<Sono incinta?>> fatti vedere da qualcuno di bravo (mai risposta del libro mi sembrò più adatta. Lo chiedi ad un sito online o pensi di utilizzare qualche strumento più scientifico, chenneso, leggendo le interiora di una rana?)paolo:<<Ne uscirà gravemente danneggiata la mia salute mentale?!>> è già successo (paolo chiude il pc e si mette a pescare con l'amo da dodici in un secchio vuoto)pallina:<<ci vedremo presto io e il mio amore?>> non ne caverai un ragno dal buco (pallina esce di casa e la da via al primo belloccio che passa)Ali:<<passerò l'esame giovedi? >> è più probabile che i marziani invadano la Terra (ali - di nuovo lei - piange di nuovo e pensa che al libro non è molto simpatica )
Di Admin (del 02/07/2009 @ 23:12:57, in Blog, linkato 33 volte)
Non sono un esperto traduttore nè un elemento in grado di regalare consigli e pensieri in ambito cinematografico (e non a caso questo sito si affida a qualcuno molto più adeguato di me per quelle recensioni). Stimolato da una osservazione di una delle recensioni che immeritatamente ospito, ho però deciso di farmi un giro sul web per scoprire se davvero le traduzioni dei titoli dei film affidate ai traduttori italiani siano così tremende come si mormora. Ammettiamolo, sono traduzioni orrende, a volte al limite della denuncia per danneggiamento di opera artistica. Il caso probabilmente più eclatante è quello di "Domicile conjugal", una pellicola di Truffaut che da noi fu distribuito con l'illuminate titolo "Non drammatizziamo... È solo questione di corna"... L'equivalente cinematografico di piazzare una etichetta con scritto "acqua sporca" su una bottiglia di Sassiccaia del 97. Farà forse meno impressione scoprire "City Slickers" sia diventato "Scappo dalla citta (La vita, I'amore e le vacche)", o che "Deuce Bigalow: European Gigolo" abbia avuto la fortuna di incappare in un elegante "Deuce Bigalow: puttano in saldo". E se "Falling down'" è stato storpiato fastidiosamente in "Un giorno di ordinaria follia", mantenendo almeno una certa logica in rapporto con la trama del film, incuriosisce sapere quale tipo di malattia mentale si sia accanita su chi ha tradotto "While you were sleeping" (pellicola in cui una splendida Sandra Bullock è innamorata di un ragazzo in coma) in "Un amore tutto suo", sganciando clamorosamente titolo e plot e rischiando di trasformare le aspettative in quelle di una commedia romanticona Harmony oriented. Il mio preferito? Su un forum di veri appassionati scopro che "Great expectations" (regista Alfonso Cuaròn, datato 1997) ed ispirato all'omonimo romanzo di Dickens è stato tradotto in "Paradiso perduto", come il poema di John Milton...
Di Admin (del 30/06/2009 @ 23:59:41, in Blog, linkato 6 volte)
Prima di tutto, ringraziamenti particolari al buon Chuck, che con un titolo come "gang bang" mi aiuterà ad incrementare sostanzialmente il volume di viste sul mio sito. Dimentichiamo il comprensibile imbarazzo che ti prende quando stai leggendo l'ultimo Palahniuk, ridi come un pazzo sulla 73 e la signora seduta di fronte a te apprende - come da copertina - che ti stai dedicando al "romanzo sulla pornografia che tutti ci vergognavamo di aspettare", e passiamo alla trama: Cassie Wright, attrice hard dal passato glorioso e dal presente un po' decadente, desidera chiudere la sua carriera girando un film in cui venga battuto battendo il record mondiale di Gang Bang. Per i non addetti (molti, mi devo augurare) mi affiderò a Wikipedia per descrivere la "gang bang" come quella particolare "situazione in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali, di svariato tipo, con una moltitudine di partner, non necessariamente del sesso opposto. Si differenzia, in questo senso, dall'orgia ovvero dal sesso di gruppo, di cui costituisce una particolare specialità, perché in questo caso la relazione è uno-a-molti, ovvero il soggetto protagonista della gang bang è al centro dell'attenzione di tutti gli altri partecipanti" In questo caso specifico, è previsto "l'intervento" di 600 (600) baldi giovanotti, chiamati a gruppi di tre; il romanzo è in realtà interamente costruito sui dialoghi fra n. 72, n. 137 e n. 600, tre dei partecipanti di cui Palahniuk indaga passato, pensieri, preoccupazioni. Vorrei evitare di raccontare di più, per non esaurire il gusto della lettura e della scoperta; basti dire - mi auguro - che sono pagine che non muovono esclusivamente al riso. Al contrario, alcune delle rilevazioni saranno veri e proprio pugni nello stomaco, ed anche in un contesto cos' particolare Palahniuk dimostra - oltre ad una attenzione documentaristica che deve essere costata qualche occhiaia... - una sensibilità umana ed una cura del plot e della sua esposizione ormai tipiche dei suoi lavori. E poi, lettori mascolini, ammettiamolo: la continua successione di titolo di film celebri della protagonista richiama alla memoria risate soffocate al liceo analizzando la pagina degli spettacoli del CorSera, curiosi di scoprire il titolo più buffo ("La caricano in 101" fa ancora la sua bella figura, "Tutti i c...i per Mary" resta una pietra miliare nella cartellonistica di genere). Onore al merito dunque anche ai traduttori di questa versione italiana: non ho idea di quali fossero gli originali anglofoni, ma devo ammettere che su "Il codice Da Spingi", "Ai pompini della realtà" "Molto calore per Ulla" e "L'importanza di chiavarsi Ernesto" ho riso tanto. Grazie.
Credo bastino poche parole di presentazione: non so a voi, ma a me una recensione così fa venire voglia di correre a scaricare il torrent comprare il DVD originale del film. La stagione dell’Arianteo è iniziata e io non potevo esimermi dal presentarmi alla prima, soprattutto quando me la servono sotto casa proponendo pellicola che mi son persa durante l’appena conclusa stagione cinematografica. Infine sono riuscita a vedere un vera e propria americanata come piace a me: buon equilibrio tra azione, thriller, intrigo, filippica sul governo, giusto quantitativo di cadaveri e secondo tempo con 3 bei ribaltoni che ti confondono e posticipano l’intuizione di come si concluderà il film. Ovviamente non mancano drogati “buoni”, psicopatici, corrotti, giornalisti sgangherati, l’amante da un lato e la donna ferita dall’altro, quest’ultima interpretata da una Robin Wright Penn che però ahimè sembra più la madre che non la moglie di Ben Affleck…ma va beh, come direbbero in molti .. è una gran gnocca! Ma procediamo con ordine: inizio con telecamera in movimento che ammetto mi crea strana sensazione di mal d’auto, ma ne valeva la pena: allo scadere del primo minuto i cadaveri erano già due e al secondo tre… direi che non è male soprattutto perché prosegue così! Russel Crowe in ruolo che gli si confà: trasandato anzi sdrucido, politicamente scorretto, con scheletri nell’armadio che delineano solo meglio il personaggio e fanno quasi sorridere, il quale si danna per trovare la verità e nel fare ciò scoprirà di essere stato usato (povero cucciolo di panda, ah!). Egli condivide la scena con il solito Ben Affleck. Dico il solito perché pur interpretando perfettamente il ruolo, ha sempre la stessa faccia, quindi mi vien da dire: che non si lamenti se poi gli propongono solo un genere di personaggi! Ovviamente, secondo tempo in cui si sviluppa la trama quindi con crescendo di stoccate verso l’amministrazione, ma (grazie al cielo) finale degno in cui il bene trionfa (i buoni essendo eroi ne escono tutti incerottati), il male viene abbattuto (eh si è il caso di dirlo) e tutti siamo contenti di come abbiamo trascorso la serata. Consigliato a maniaci dei complotti, amanti di Die Hard e spy movies – si si ce n’è un po’ per tutti!
Mi rendo conto di quanto possa sembrare poco furbo pubblicare un post su Robert Capa meno di una settimana dopo la chiusura della più importante retrospettiva mai dedicata in Italia al fotografo ungherese fondatore della agenzia Magnum. Da una parte, però, ci tenevo a scrivere due righe sulla mostra stessa; dall'altra, ci arriverò a breve, ho scoperto qualcosa di interessante spulciando qualche libro di storia della fotografia e, sì, insomma, volevo condividere. Partiamo dalla mostra, organizzata allo Spazio Forma di Milano, uno spazio nato per la fotografia che ha purtroppo abituato a scelte "illuminative" poco felici: ancora una volta, faretti e vetri creavano un antipatico effetto specchio, utile forse per immaginarsi spiaggiati in Normandia, meno - decisamente meno - per godersi la forza espressiva dei bianco/nero di Capa. Un segno negativo, condiviso da un paio di amici del cui parere mi fido ad occhi chiusi, anche sul percorso espositivo, che attirava decisamente verso le pareti esterne con il risultato di saltellare improvvisamente dalla Guerra di Spagna alla Lipsia del 1945, salvo correre immediatamente verso il centro della sala e recuperare gli scatti del D-Day. Un plauso convinto, invece, alla decisione di affiancare agli scatti - ammettiamolo, più che celebri e conosciuti - di Capa una sezione interamente dedicata alla sua compagna Gerda Taro. Fotografie femminili e uterine, le ha definite un'amica, ma in un senso assolutamente positivo: l'elemento umano ancora più dominante che nelle foto di Capa, ed uno sguardo empatico commuovente ed insieme documentaristico, in una vera, verissima e personale interpretazione del reportage di guerra in chiave sociale. Viene spontaneo chiedersi quale percorso ormai decisamente autonomo avrebbe potuto intraprendere Gerda se non avesse abbandonato mirino e macchina fotografica, schiacciata in Spagna da un carro armato repubblicano nel 1937. (Il sito di Repubblica, bontà sua, per una volta concede una galleria fotografica significativa a questo indirizzo Tornando a Capa, mi ha colpito davvero moltissimo la serie di scatti "Lipsia 1945"; siamo a pochi giorni dalla fine della guerra, Capa ritrae un avamposto americano ed i risultati del tiro preciso di un cecchino tedesco. Una serie potente, un pugno nello stomaco, in un percorso fotografico che non si abbassava al banale sensazionalismo ma che non può evitare, con immagini crude, di raccontare l'assurdità di una morte in una guerra segnata, decisa, praticamente conclusa. Ma avevo promesso anche una storia, dunque eccola qui. Inizia con un quiz: riconoscete questo arzillo vecchietto?  No, vero? Beh, prevedibile. ci sono circa 40 anni fra questa foto ed un'altra, decisamente più famosa, in cui questo signore americano, con uno zaino di trenta chili ed un fucile in mano, è disteso nell'acqua dopo essere sbarcato ad Omaha Beach. Una foto che venne ritagliata da Life da una madre piangente, in attesa di ricevere notizie dal fronte e che, due anni dopo, potè accogliere il ritorno del figlio. E lo accolse con quel ritaglio in mano, e prima ancora di abbracciarlo, di dare il suo bentornato, domandò "Sei tu, vero, questo nella foto?" Era lui: Edward Regan, sopravvissuto al fuoco della 352° Divisione Wehrmacht e reso in qualche modo eterno da questa foto "leggermente fuori fuoco":
Solito (malcelato) orgoglio nella presentazione di una nuova recensione cinematografica di V. E' la volta di "I love Radio Rock". La recensione è qui sotto, le (fastidiose) note in corsivo sono le mie glosse. 135 minuti di vera musica, coinvolgente, che ti fa venir voglia di ballare, quella che ha fatto la storia del rock e che tutti abbiamo sentito, ma probabilmente non abbiamo in casa. Così durante il finale del film, quando annegano migliaia di copertine, si viene assaliti da stato ansiogeno per tutto ciò che (per qualche strano motivo che non riusciamo più a ricordare) non possediamo e da domani vorremmo veder comparire nella nostra collezione. Curioso... hai descritto perfettamente la sensazione che mi ha preso quando mi hai fatto vedere la tua collezione di CD, e/o l'occupazione di spazio sui tuoi hard disk. Spieghiamoci: condivido l'idea di musicoterapia e sono convinto che si tratti di una delle forme di arte e comunicazione più importanti della storia del pianeta. Ma sono cresciuto a chitarre e cantautori italiani, e quando comprendo di non conoscere, beh, un po' di ansia mi prende. Questo è il primo pensiero all'uscita del cinema, che mi porta ad esprimere grande apprezzamento verso i doppiatori che hanno preservato il vero pezzo forte del film: il rock. Ad onor del vero infatti i dialoghi son pochini, ma il tempo scorre ritmato dalle onde del mare e da grande musica e viene coronato da inaspettata fotografia pastellata che da quel non so che di retrò. Pellicola che - ahimè ammettiamolo - è sprovvista di screenplay protagonista, per fortuna però è ben nutrita di attori dalla presenza scenica prepotente quali Rhys Ifans (qui impagabile seduttore radiofonico), Bill Nighy, Philip Seymour Hoffman (come sempre carismatico e così … americano!) e Kenneth Branagh (calato in personaggio vittoriano veramente antipatico) che - probabilmente supportati dal divertimento - hanno da soli creato una storia spumeggiante. Sorge quindi il dubbio che l'assenza di trama articolata fosse voluta per lasciare che protagonista indiscussa fosse la musica e che lo spettatore potesse così solo dedicarsi ad essa. Esattamente quello che cerco in un racconto a caldo su un film: lo stimolo alla curiosità ed il racconto di emozioni, più che di trame o azione. E non conta che qui lo screenplay fosse un filo sottotono: conta quello che è passato dallo schermo al cervello, e da lì a questo spazio.PS qualcuno mi sa però spiegare quale necessità vi fosse di modificare il titolo originale da The boat that rocked in I love radio rock??? Temo, fortissimamente temo: nessuna. Ma ho appena appuntato sulla lavagnetta di studiarmi un po' di atroci traduzioni di titoli di libri o pellicole
Lo ammetto: la tentazione di intitolare questa recensione "vedi di non leggerlo" è stata piuttosto forte. Parto dal presupposto, non necessariamente originale, che un libro sia un libro, e un film un film. Non so se si sia trattato della spinta promozionale, certamente eccessiva, o se sia proprio lo stile di scrittura di B. a darmi questa impressione, ma ho avvertito una esigenza di rappresentazione da piccolo e/o grande schermo che non mi è piaciuta. Poi certo, il protagonista si fa benvolere, un paio di scenette sono irresistibilmente comiche ed il romanzo, nel suo complesso, cattura e si lascia leggere. A me ha lasciato un po' di vuoto, la sensazione di aver passato qualche ora di relax e la certezza che fra qualche mese, ripescandolo sullo scaffale, un punto di domanda mi comparira' fumettisticamente sulla testa, e mi domanderò che roba fosse.
Ero un po' stufo di avere sulla scrivania decine di pezzettini di carta. Quello con un numero di telefono, quello con l'idea fulminante da tenere a mente, quello con le cose da fare assolutamente. Allora ho approfittato del mio compleanno e mi sono fatto regalare  (la faccina è per chi sa) una meravigliosa lavagnetta con tanto di pennarello magnetico. E' comodissima, la sto usando felicemente e da qualche giorno mi aiuta a tenere sotto controllo tanto l'avanzamento delle foto che sto pubblicando su Alphoto.net quanto i prossimi post da pubblicare qui. Fra le idee brillanti della settimana, c'è anche questa: pubblico qui, nel menu di destra, una foto della lavagnetta, così da dare a chi ci tiene (e sarete almeno in due...) una anteprima su quello che arriverà su questo sito. Non è meraviglioso? Da un meraviglioso all'altro: ecco l'ultima vignetta di AAron per WhatTheDuck, offerta in esclusiva con traduzione italica. Sono soddisfazioni.

Fai sempre un minimo di fatica, non dico di no. Devi abituarti ai "cchiù" e "arrisbigliava", e passi un paio di minuti a rileggere e a ritornare al paragrafo precedente prima di prendere il ritmo. Poi, però... Poi è uno dei migliori "Montalbano" degli ultimi anni: forse un po' meno giallo di quello che vorresti, ma trascinante e a tratti quasi commuovente. Perfetta persino Livia, finalmente, personaggio di una antipatia devastante in altri romanzi, e Camilleri si permette perfino un divertente cammeo per Zingaretti. Tra la coscienza offesa da tortura e traffici ad alto potenziale chimico, Montalbano e Camilleri inanellano un'altra avventura piacevole, di quelle che si trattengono con gli occhi a pesare sulle pagine, e ti sorprendi a mormorare brutte parole perchè è già la tua fermata, e tu vorresti andare avanti. Ore di godibilissimo relax, due belle risate di pancia, la sensazione persistente di leggere una lettera di un amico lontano, uno di quelli che senti raramente ma con un gran piacere.
Di Admin (del 22/06/2009 @ 23:18:55, in Blog, linkato 13 volte)
"Caro scooterista di questa sera, prima di tutto, urge una presentazione: io sono quello con la felpa rossa con cappuccio e i jeans blu, quello convinto che attraversare l'incrocio fra v.le Monza e via Boiardo con il semaforo pedonale verde fosse una cosa intelligente. Tu sei quello che è passato con un rosso sparato, tanto macchine non ne arrivavano. Ecco, ora forse ti ricorderai di me, ma voglio aiutarti: io sono quello che - mentre tu mi schivavi disperatamente - si è visto passare davanti agli occhi le ultime cinque stagioni dell'Unione Sportiva Triestina, la foto di classe delle elementari, il mio primo bacio, l'etichetta di una bottiglia di Verduzzo, una serata con gli amici sotto la luna piena. Sono quello, per essere ancora più precisi, che ti ha urlato "Testa de gran casso" mentre ripartivi, dopo aver lanciato una occhiata agli specchietti ed esserti reso conto che raggiungendoti avrei utilizzato le chiavi di casa come il punteruolo di Basic Instict. Ma ti capisco. Io ho avuto la fortuna di essere cresciuto da due genitori che mi hanno insegnato il significato dei colori del semaforo. Tu, e mi dispiace un sacco davvero, non hai avuto questa fortuna: tua madre era troppo occupata a intrattenere l'ennesima ciurma di marinai ubriachi, e per rintracciare tuo padre dovremmo sottoporre al test del DNA il 72% della popolazione maschile attiva sessualmente nel Nord Italia. Ti spiego io: quando la lucina in basso è accesa puoi passare. E' quella verde; so che la vorresti azzurra, dello stesso colore delle pillole con cui combatti (inutilmente) l'impotenza, ma è verde. Quando si illumina la lucina arancione devi stare attento. Per intendersi, visto che hai ripetuto sei volte la seconda elementare, l'arancione è il colore della carota, quella che usi per complicati giochi sessuali che coinvolgono sempre e solo te stesso ed una parte poco nobile del tuo corpo. Quando è accesa la lucina rossa - magia - devi frenare e stare calmino calmino ad aspettare che arrivi quella verde. La luce rossa è quella più in alto, ma per essere ancora più sicuri facciamo così: fatti un taglietto profondo all'altezza del polso, quel liquido che vedi uscire è rosso. Tranquillo, lascia le cose così per cinque sei ore, non succede niente. Spero di esserti stato utile, ci tengo davvero Alfonso"
Di Admin (del 20/06/2009 @ 23:57:42, in Blog, linkato 28 volte)
Ci sono delle sere adoro Wikiquote. Mi rendo conto di quanto possa sembrare sociopatico, ma se faccio fatica a dormire mi piazzo davanti al mac, entro in Wikiquote (la versione di Wikipedia che raccoglie aforismi e citazioni) e clicco su "Una voce a caso". A metà fra superstizione e una sorta di oroscopo personale, cerco di capire se la citazione che emerge con questa funzione randomica abbia senso nella mia giornata. Oggi mi preoccupavo per una piccola indisposizione fisica tipica dei miei w.e., ed è spuntato un significativo dialogo tratto da "Hannah e le sue sorelle"(che qualcuno che conosco porterebbe nell'isola deserta):
Segretaria: Due mesi fa eri sicuro di avere un melanoma maligno. Mickey Sachs: Naturale… io, io, capisci, con l'apparizione improvvisa di una macchia nera sulla schiena… Segretaria: Ma era sulla camicia! Mickey Sachs: E io che ne sapevo! Tutti indicavano qua dietro!".
Storia di una vita e di 44 giorni. La vita di Brian Clough: un passato da attaccante prolifico ma poco considerato (per una punta da 251 gol in 274 partite la miseria di due gettoni in nazionale sono una sorta di bestemmia), un infortunio grave al ginocchio, una carriera calcistica recuperata sedendo sulla panchina e disegnando schemi nell'animo dei suoi giocatori prima ancora che sulla più classica delle lavagnette. La storia di questa vita è inserita con dei preziosissimi flashback all'interno dell'altra Storia (maiuscola e ripetizione sono volute): la romanzesca trama dei 44 giorni passati da Clough come allenato del Leeds United, il "Damned United" che dominava in quegli anni le competizioni inglesi, con un intero campionario di sottili furbizie, piccole scorrettezze, scorrettezze, altezzosità. N.C. vuole trasformare il club in una società modello, che vinca con un gioco affascinante e faccia innamorare tifosi ed avversari con onestà e pulizia morale; un tentativo evidentemente destinato a fallire in poco più di un mese. David Peace, autore di spicco assoluto nel panorama noir hard-boiled anglosassone, accompagna in questi pagine con l'odore del cuoio, rumori di spogliatoio, sciarpe, birre, giornali, e traccia ritratti veri ed affascinanti con l'inconfondibile ritmo sincopato e coinvolgente.
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