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 Addio - Francesco Guccini... di Admin
 
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L'ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo

Anonimo
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Morra cinese
Di Admin (del 03/03/2009 @ 22:54:49, in Racconti, linkato 1156 volte)
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Mano

Chissà. Forse quando lo imbottigliano, lo sanno. Dovrei andarlo a chiedere. Dovrei andare a chiedere se si rendono conto di quanti ricordi suscitino, se sanno che il vendemmiare, pigiare, invecchiare e imbottigliare alla fine si riduce a questo. A un semplice ricordo.

Forse una di quelle mani lo immagina. Immagina che il gesto lieve con cui sposta quel grappolo di acini bianchi – dalla vite al cesto di vimini – condurrà a un ricordo. E quell’altra? Si, quelle dita che incollano pazientemente l’etichetta sul vetro. Il tipo di vino, una piantina della regione in leggero sottofondo. L’anno di mietitura. Produzione artigianale. Vino prodotto a mano.

E ricordi di una mano.

Una mano stretta, in un primo fuggevole contatto di presentazione. “Piacere” accennato sorridendo, con altri pensieri per la testa, immediatamente dissolti dall’immagine di una nuvola di capelli, di un sorriso, di un paio di jeans chiari.

O la mano di un gioco intenso e malizioso, una mano accarezzata lievemente dalla mia, un contatto – polpastrello su polpastrello – che valeva il prezzo di un brivido. La mia mano che fingeva di saper leggere la sua, tracciando con un dito le linee di vita, salute, fortuna, alla ricerca dell’incrocio fra le tre. Un incrocio di strade in cui incontrare, necessariamente, la mia storia. La mia mano.

Mani che si intrecciano, nell’unica occasione in cui lei lo consentì. Una notte fredda, riscaldata soltanto da quell’intrecciarsi. Dita stretta su dita, indici contro indici, stringersi. In pochi secondi di studiata, struggente bellezza.

La sua mano. La stessa con cui posò la cornetta, un istante dopo aver distrattamente mormorato un “ciao” che aveva la stessa, identica valenza di un addio. La sua mano in viaggio verso un altro paese, continente, mondo. Senza essersi agitata in un saluto da aeroporto. Senza voltarsi indietro.

E la mia mano, adesso, che si alza, ad indicare all’oste che porti un’altra bottiglia.

Chissà. Forse quando lo imbottigliano lo sanno.





Sasso


Ci sono sere, come queste, in cui ho compagnia.

Succede quando a qualcuno brilla la scintilla della curiosità. Un piccolo interruttore bianco posizionato subito dietro al cervello. Fa proprio così, “clac”. E va a chiedere informazioni all’oste.

E qualche minuto dopo me lo ritrovo seduto qui, dove sei tu. Ha fatto “clac” anche il tuo interruttore. L’ho notato, cosa credi. Ma tu non sei andato dall’oste, ti sei mosso direttamente verso il mio tavolo, e questo mi piace; quindi riempiti il bicchiere di bianco, e ascoltami. Perché a te, alla tua curiosità, la storia dei miei sassi la voglio raccontare.

Se lo domandano tutti qui in paese. I ragazzi che mormorano “il pazzo dei sassi” incrociando il mio sguardo mentre passeggio davanti alla scuola; le anziane comari sedute sulle panche del Duomo, quando varco il portone della chiesa per scambiare due chiacchiere e un goccio di vino con Don Federico. Persino il sindaco, che ho sorpreso in un dilettantesco e ingenuo pedinamento mentre scendevo verso il fiume.

E’ vero, sono quello che raccoglie i sassi. Ma non raccolgo sassi a caso, sai? Raccolgo quelli in cui inciampo.

Dì la verità, quante volte ti è successo? Cammini, mille pensieri nella testa, o con lo sguardo perso dietro allo svolazzare di una gonna poco più avanti. Cammini, inciampi in un sasso e ti giri, a lanciare quello sguardo corrucciato e accusatorio ai danni di una pietra, colpevole di aver compromesso – per un istante solo – il tuo incedere.

Io, a differenza degli altri, mi giro e lo raccolgo. E sai perché?

Perché, porcaccia eva, nella vita inciampi sempre negli stessi errori. Gli stessi. Puoi costringerti a cambiare, provare a trasformarti, giurarti e spergiurarti che non lo farai più. Poi ci ricaschi.

Lo stesso soffrire per una causa che sai già essere persa, lo stesso strano menefreghismo verso chi oggi ti apprezza e domani, fatalmente, farai scivolare lontano da te. La stessa apatia figlia dei sogni e nemica del tuo quotidiano. La stessa identica, sfottuta incapacità di discernere fra affetto e convenienza, riguardo e presa in giro. E ci ricascherai ancora.

E ci ricascherò anch’io, giorno dopo giorno, un errore uguale all’altro. Ma almeno ho la certezza di non incappare negli stessi sassi. Quelli reali, intendo, che giacciono al sicuro dentro un pozzo abbandonato poco distante dalla mia cascina.

Di quelli metaforici, amico mio di una bevuta, non ci libereremo mai.






Forbici


Questa sera, il tavolo non è ingombro soltanto di bottiglie e bicchiere.

Questa sera, tra lo stupore dell’oste e gli sguardi di malcelata curiosità di altri avventori, ha con se delle foto, della colla, e un paio di robuste forbici di metallo.

Ed è pronto a tagliare.

A tagliare per sempre dalla sua esistenza quello che è stato, e quello che non sarà mai più. Non sarà più quel giovanotto sorridente e pronto alle risa, con dei buffi capelli spettinati ed in mano un cappello da cow-boy. E non sarà più l’introverso adolescente ripreso da un parente, un libro aperto sulle ginocchia ed uno sguardo basso a cercare – tra le pagine di un classico – le risposte a tutti i suoi perché. E taglia.

Non ci saranno più loro, ad accompagnare con chitarre e filtri fatti con un biglietto del tram le fantasie in un volo pazzo verso le nuvole. E non ci saranno loro, curiosa combriccola di poeti usi a cantare di mare ed orizzonti troppo lontani da raggiungere, e troppo vicini per non essere desiderati. E taglia.

Non ci sarà più lei, a trascinare il suo cuore nel deserto di una solitudine rumorosa, a convincerlo della sua nullità, ad allontanarlo in preda ai più atroci e miseri dei dolori. E non ci sarà lei, lei che ha abbandonato al termine di un corto viaggio, in una stanzetta sudicia e incolore, atto di amore estremo per lei, per i suoi occhi, che meritavano di più da questa vita. E taglia.

Ci sarà quella strana fototessera. Quella in cui fa la linguaccia al fofografo immaginario, ma con degli occhi grigi così tristi da non sembrare veri. Questa non la taglia. La incolla.

La incolla sopra a tutti quei ritagli, incolonnati fra loro, a dominare – con una espressione di dolorosa serenità – giorni che non vivrà più, e che forse non ha mai vissuto.
 
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