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Il sito di Alfonso d'Agostino: come da definizione fraterna, il sito di un triestino stralunato a Milano
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Di Admin (del 29/05/2011 @ 19:55:54, in News, linkato 1004 volte)
E' da un bel po' che lavoriamo sul dare vita ad un nuovo sito: un po' perchè Dblog - la piattaforma su cui si appoggiano le pagine che state leggendo - ha dei limiti quasi insuperabili, un po' perchè alfonso76.com era un sito personale e come tale non rifletteva più le molteplici anime che cercano in questo spazio di "raccontare cultura", con toni differenti e - ce lo auguriamo - poca pedanteria. Poi giunge il momento in cui bisogna decidere quando migrare: gli aggiustamenti necessari al nuovo sito prima dell'esordio sembrano essere sempre di più, e non si riesce a stabilire quale sia il momento più opportuno. Un paio di settimane fa, mi sono accorto che i post pubblicati su alfonso76.com si stavano avvicinando a quota 1.000 (mille!), e mi è sembrato un segnale. In effetti, quello che state leggendo è il post numero mille, ed è un post di invito. Un invito a venirci a trovare qui:
"Ma se domani..." nasce con l'intenzione di rispondere ad una serie di interrogativi: "Ma se domani... andassimo a vederci un buon film?" "Ma se domani... volessi leggermi un bel libro?" "Ma se domani... mi volessi coccolare con una bella torta?" (perchè a noi di MSD non sfugge l'associazione cibo-cultura) "Ma se domani... volessi ascoltare del rock di qualità?" "Ma se domani... portassi la morosa ad una mostra?" Aggiungete pure tutte le vostre domande, e venite a trovarci. Abbiamo l'ambizione di pensare che troverete qualche risposta. Con un abbraccio da queste pagine biancorosse, Alf, admin di alfonso76.com P.S. Se "Masedomani" vi piace e ce lo scrivete, vi spediamo un bellissimo segnalibro!
Ho detto spesso, a volte esagerando un po', di aver studiato l'italiano con Guccini. Lo riaffermo con un esempio che mi ha fulminato qualche giorno fa: stavo chiacchierando del monolocale di un amico e l'ho definito sorridendo sua "alcova". Mi son rivisto quattordicenne mentre canticchiavo “Quello che non”, e correvo nello studio di Oscar a caccia dello Zingarelli: non riuscivo ad afferrare il significato di " Conosci l'odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte / e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose / e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?". Quando scrivo, che si tratti di un post per il blog o di un racconto destinato a restare ben confinato nel mio hard disk, avverto ancora questa influenza. Facile dunque immaginare che gli scaffali della libreria siano ricolmi di libri su e di Francesco Guccini. Per lo stesso motivo, approccio con un po' di resistenza le nuove uscite: nel recente passato, mi son trovato davanti "novità" editoriali che ricalcavano drammaticamente un testo precedente, raccontandone stessi episodi e aggiungendo davvero pochino. Finalmente! "Francesco Guccini in concerto", edito da Giunti e scritto da Claudio Sassi e Odoardo Semellini, si distingue nettamente e regala senza dubbio qualcosa di più. In prima battuta, davvero felice l'idea di dedicare un volume al Guccini più autentico: quello “live”, che mantiene la sua dimensione in ogni occasione, dalla canzone intonata in Osteria davanti ad amici avventori alla piazza stracolma di gente in un epocale vento bolognese. Per chi ha sempre considerato la capacità di intrattenitore di Guccini almeno pari a quella di poeta della parola, beh, c’è davvero di che godere: per la prima volta, vengono “sbobinati” e riproposti gli interventi parlati ai concerti, ed è notevole come anche in questa forma si sprigioni quella invidiabile capacità di totale contatto con la folla. Non mancano racconti di episodi curiosi e totalmente in linea con il personaggio: dalle adolescenziali canzonette su amori tramontati (il tempo galantuomo ne ha impedito la conservazione), alla reazione a qualche tentativo di contestazione “stile Processo-a-De-Gregori” a cui il Nostro seppe sottrarsi con ironia, seppellendo con le risate del pubblico gli improvvisati pubblici magisteri proletari. Con il rimpianto per i tentativi di rendere più stretta la collaborazione con i Nomadi ed un paventato concerto con Fabrizio De Andrè, entrambi tramontati per volere di discografici poco accorti. Arricchiscono il volume una serie di interviste a protagonisti della scena musicale italiana che hanno accompagnato Guccini nel suo percorso musicale: prendono la parola Flaco, Tavolazzi, Marangolo, Vince Tempera e molti altri, con una Caterina Caselli che ricorda apparizioni televisive in una RAI ancora in grado di sperimentare ed in cui Gaber volle ospitare due giovanissimi: Franco Battiato e Francesco Guccini, appunto. In estrema sintesi: un volume impossibile da ignorare per i gucciniani doc, ed un libro che stimolerà la curiosità di chiunque abbia a cuore la musica italiana di qualità.
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recensione, libro, musica, francesco guccini, francesco guccini in concerto, 2011, live, interviste, racconti, ricordi, bologna
Di v (del 28/05/2011 @ 12:28:53, in Mostre, linkato 853 volte)
È un bel po’ che le mostre a Palazzo Reale non vengono prorogate e soprattutto che le file interminabili dei primi mesi si risolvono in una manciata di persone all’ultima settimana. Vogliamo credere che tutto ciò sia dovuto alla lungimiranza degli organizzatori? Sarà pure vero, però lasciatemi dubitare. Perché? Ecco il mio giro. Ogni qualvolta salga la sontuosa scala dell’ingresso un fremito mi assale: il prezzo del biglietto mette irrimediabilmente a rischio le mie coronarie soprattutto perché spesso l’esposizione non è per nulla all’altezza delle aspettative. Quindi, complici un duplice passaggio al centro yoga – per evitare che il mio guardaroba si arricchisse di una camicia di forza – e la prospettiva che la sopravvivenza avrebbe comportato il godimento di una bistecca grondante sangue in compagnia dei co-blogger, ho iniziato il percorso che si prospettava di ben u n d i c i stanze. Un bel respiro e… dietro una spessa tenda di velluto mi ha accolta una bella installazione, narrazione noiosa di come fosse nata la mostra e che riservava parecchie righe ad ingraziarsi/ringraziare gli sponsor. Per conoscere vita, morte e miracoli dell’artista (credo) e qualche altra pippa sul fatto che fosse milanese ho dovuto completare la circumnavigazione della parete. Solo sul retro ho trovato soddisfazione: un testo davvero ricco, troppo (!), così nutrito da farmi desistere in quanto sprovvista di un evidenziatore… i ricordi delle scuole son riaffiorati e … tra uno sbadiglio e l’altro ho proseguito fiduciosa. Entrando in sala 2, poi nella 3 (:-|) nella 4 (:-/), nella 5 (:-S) e nella 6° (???) la pelle d’oca si è fatta sempre più fastidiosa, il sistema nervoso ha mostrato i primi segni di cedimento, la temperatura decisamente artica non ha aiutato, ma stoicamente ho indossato il maglione, in extremis un bavaglio ed ho saltato questi ambienti dedicati ad altri noti maestri che fossero stati di ispirazione all’artista milanese oppure che avessero trovato in lui fonte di illuminazione. Fortunatamente la sala ovale avrebbe infuso pace e speranza anche al peggiore degli irrequieti scalmanati. Infine uno scritto, breve ma utile, introduceva le Stagioni, le cui versioni parigine, viennesi e madrilene potevamo ammirare per la prima volta affiancate. Che meraviglia: dieci tele in un così piccolo spazio, una istigazione al girotondo sino a “giù per terra”! Estasiata ho voltato l’angolo dove gli “Elementi” mi attendevano valorizzati, per una volta, da adeguata illuminazione soffusa. Un inno alla gioia! Con la speranza nel cuore, quasi correndo, ho varcato la nona soglia, confidando in una indiscussa indigestione, ma… dopo l’accoglienza dei poco sorridenti “bibliotecario” e “giurista”, è ri-iniziato a mancare qualcosa, anzi tutto!

Ho dovuto attendere sino all’ultima stanza per scorgere le due note teste reversibili, divise per l’occasione dal meraviglioso dodecaedro. La metà delle persone però proseguiva indifferente perché le tele erano in un angolo, quasi nascoste, e perché i visitatori a questo punto erano irrimediabilmente annoiati, disillusi, stanchi e/o inalberati: 9 euro per vedere 20 tele! Eh già tutto qui. Tempo totale di permanenza: 1 ora scarsa (doppio giro incluso), sob.

Un percorso ben segnato, una illuminazione non fastidiosa e guardie in ogni stanza in sovrannumero, non sono state sufficienti a dare il giusto valore ad un artista così geniale che ha precorso i tempi e che è riuscito a dar sfogo ad estro creativo, ironia e sarcasmo nel lontano 1500 con una lucidità che a molti manca ai giorni nostri. Un vero peccato giustificare il biglietto riempiendo le sale con una accozzaglia di opere di altri autori che, così facendo, son state svalorizzate (si perdevano nel mucchio) per non affrontare la dura verità: c’erano pochi dipinti, che però erano l'unico motivo della visita
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mostra, arcimboldo, milano, palazzo reale, recensione, critica, commenti, commento, opinione, opinioni, giudizi, arte, pittura, maggio, 2011, opere, dipinti, natura, giurista, bibliotecario, stagioni, elementi, arcimboldi
*più studiano, più diventano scemi
Ho pensato a lungo a come introdurre questa recensione, poi mi son sovvenuta di questa frase che mio nonno paterno, scuotendo la testa, ripeteva ogni volta che qualcuno, più qualificato di lui, sbagliava un progetto, un lavoro, un calcolo. Aveva solo la 5^ elementare, ma era intendente capo di una gigantesca azienda agricola, gestiva uomini, animali, profitti e una famiglia: inoltre amava la pasticceria fine, i cibi ben conditi, fare giri in vespa e piccole gite, cose così.
Ho deciso di usare questa frase come titolo alla recensione del libro “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola perché… perché è quello che avrebbe detto lui, di fronte al corrente sfascio della scuola italiana.
Sia ben chiaro, io non sono qui a distribuire meriti e colpe, ma dopo 19 anni come studente e 11 come docente (più una formativa parentesi aziendal-congressuale dai 25 ai 28 anni) qualche opinione in proposito credo di poterla esprimere.
Orbene, oggi a scuola si va “per stare bene”: via il disagio, via la fatica, via lo studio e l’impegno… in un accesso di malinteso “donmilanismo” (lui garantiva a tutti la possibilità di studiare a prescindere dal reddito, ma se poi non ci si applicava realmente, erano dolori!) ai ragazzi chiediamo quello che già sanno, e poco più… la storia del quartiere alle scuole elementari, cartelloni, teatrini, laboratori, via la terribile ortografia, sostitutita con la “riflessione linguistica” (ma cosa rifletti cosa? Una regola è una regola, non un’opinione!), via studiare la lezione, i nessi logici causa-effetto, via i riassunti, così poco creativi, via i temi, così faticosi… via la lettura ad alta voce che può imbarazzare e traumatizzare… via il corsivo che è un’inutile imposizione… non è capace? Come minimo è dislessico…
… beh, io dico una cosa sola: lo studio è consolazione, ma è anche disagio. Lo studio vero, intendo, non quella patina di pseudo-cultura con cui pitturiamo i ragazzi che escono dalla scuola dell’obbligo.
Eh, già, l’obbligo: quando spiego ai miei allievi che in origine aveva come scopo impedire ai contadini di spedire i figli al pascolo, nei campi e in risaia, invece che fra i banchi, restano basiti. Tutti credono che serva per evitare le bigiate…
E non raccontatemi che adesso “ci sono gli stranieri in classe, come fai a portare avanti un programma”: alcuni dei miei alunni più bravi sono indiani, rumeni, baschi… I ragazzi stranieri sono esattamente come i nostri: se han voglia studiano, se non ne hanno, no.
Beh: per tornare al libro, il nocciolo centrale, la triste riflessione dell’autrice è che, nonostante il benessere e il permanere dei ragazzi almeno 10 anni a scuola, nonostante le magnifiche sorti e progressive, internet e via dicendo, i ragazzi sono mediamente più ignoranti dei loro nonni – che, ricordiamolo, arrivavano in prima elementare parlando, di base, solo il dialetto – e che la preparazione di un licenziato di terza media corrisponde, più o meno, alla quinta elementare degli anni ’60.
E, all’uscita da questa fantomatica terza media, dopo un’esame che dura una settimana, con 6 scritti e un orale totalmente finti, la metà delle famiglie iscrive questi fanciulli… al liceo. Per poi condurli stentatamente all’Università, fra mille ripetizioni, debiti, crediti e puntelli, e ottenere una laurea breve in una facoltà cosiddetta “debole” (cioè non Medicina, Lettere, Legge, Economia, bensì Comunicazione, Antropologia, Beni Culturali e via dicendo): una facoltà che non offre alcuno sbocco nel mondo del lavoro, perché non corrisponde ad alcuna professione richiesta dal mercato. Una laurea buona da appendere in salotto…
In sintesi, per concludere, mi ha fatto male leggere l’opera di questa autrice, perché ha purtroppo unito i vari tasselli che giacevano sparsi nella mia mente a comporre un puzzle che non mi piace , che mi fa sentire inutile, e che fa venire voglia di dire anche a me: tolgo il disturbo.
Ma se scavo nell’amarezza, trovo una riflessione ancora più sconsolata e amara: ai ragazzi diamo una scuola senza futuro, perché glielo abbiamo tolto. Diamo una scuola ricca di attvità opzionali e in cui “si stia bene” perché i genitori non hanno più tempo, energia o voglia di seguire i figli, e allora dobbiamo offrire un parcheggio gradevole nel quale lasciarli da mattina a sera.
E con l’espressione “abbiamo tolto il futuro” intendo dire che, in una società stagnante e “priva di padre” – passatemi il termine – come la nostra, noi non abbiamo bisogno di giovani che escano agguerriti da scuola, ben decisi e orientati verso una scelta di vita: no, noi abbiamo bisogno di formare degli individui demotivati, privi di competenze, flessibili possibilmente fino a mettersi a novanta, da sbattere da un call center all’altro, da un catering a un servizio hostess, da un help desk a un volantinaggio.
E a questo punto, preferisco non dire altro: rileggendo il pezzo, mi rendo conto di quanto sia contro-tendenza e politically uncorrect, disallineato rispetto alla didattica per competenze, alla progettazione modulare e agli obiettivi del Consiglio d’Europa in materia d’istruzione… ma vedo anche, con gli occhi della mente, il nonno che mi strizza l’occhio e mi sorride…
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2011, citazioni, commenti, commento, consigli, critica, giudizi, guanda, libri, libro, opinione, opinioni, recensione, saggio sulla libertà di non studiare, scuola, stato scuola italiana, togliamo il disturbo, trama
Non è facile accontentare sia i nuovi potenziali lettori che il popolo di fan affezionati, pronti a ingollarsi qualsiasi forma di narrativa Pinketts decida di approcciare, ma sono abbastanza certo che con “Depilando Pilar” il milanesissimo autore di noir sia riuscito pienamente nell’intento di affascinare entrambi i gruppi. Per chi non abbia mai preso in mano un romanzo di Pinketts, lo stile di scrittura assolutamente peculiare ed altrettanto personale sarà una piacevolissima scoperta: in qualche pagina potrà sembrare stancante, ma la capacità infinita di giocare con le parole e con le frasi, arrampicandosi su picchi lessicali e precipitando verso il luogo comune evitandolo proprio all’ultimo renderà la lettura una esperienza senza dubbio appagante e diversa dal solito. Un piccolo assaggio da un romanzo precedente ("Ho fatto giardino"):
Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magnaccia. Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magnati. Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magneti. Io appartengo a quest'ultima categoria.
Per gli aficionados, “Depilando Pilar” è un tuffo gradevolissimo nel mondo di Lazzaro Santandrea - alter ego dell’autore, spassosissimo l’incontro romanzato dei due - e della variopinta galassia umana che è solita gravitargli attorno. Pogo il Dritto, De Sade, la giornalista Alice saranno co-protagonisti di una trama gialla caratterizzata da mille colpi di scena, in una Milano trascinata nel panico da un’ondata di delitti commessi inspiegabilmente da una serie di (normalmente) pacifici taxisti. Con una vena di creativa follia ed una di purissimo divertimento letterario, Pinketts imbastisce il romanzo che aspettavamo da un po’: tra sette nani esperti di arti marziali, due sicari in doppio petto, un industriale dal vizietto “frustante” (non è un errore di stampa) ed un figlio quasi suo coetaneo, Lazzaro Santandrea ci riconcilia con il suo mondo - forse appena un po’ appannato nelle ultime prove - e ci regala una felice immersione in un plot spumeggiante (definizione che piacerà al protagonista) che ce lo rende compagno di strada persino quando è sobrio. Vi starete domandando “E Pilar?”. Pilar si fa attendere, più e più volte richiamata all’interno dal romanzo. E a un certo punto arriva, ad un pelo dalla fine ;)
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recensione, libro, romanzo, depilando pilar, andrea g. pinketts, trama, milano, opinione, commento, giudizi, commenti, opinioni, lazzaro santandrea
Udine, Gemona, Venzone. Per qualcuno, punti sulla carta geografica, persi nel NordEst. Per altri, ricordi di un dramma di 35 anni fa e modelli esemplari di ricostruzione. Nel maggio del 1976, quando la terra si spaccò ed inghiottì intere cittadine, ero comodamente cullato dalla pancia della mamma. A settembre dello stesso anno, una nuova e più potente scossa rase al suolo tutto ciò che era stato ricostruito in quattro mesi. Un colpo che avrebbe costretto intere popolazioni all'emigrazione, ma non i friulani. Ancora lacrime, poca commiserazione e maniche rimboccate, a ricostruire tenacemente. Nell'ambito del Far East Film Festival di Udine, la proiezione del film "Aftershock", su cui lascerò la tastiera a V., completa questo percorso di ricordo. A prescindere dal giudizio sulla pellicola e, inevitabilmente, sul grado di libertà dei registi cinesi, assistere in un teatro friulano ad una realistica rappresentazione di un devastante evento sismico non poteva lasciare indifferenti.Alf
L’emozione in effetti è presente in sala. E dopo la visione di questa pellicola è comprensibile che abbia stracciato la concorrenza, conquistando il podio. Complice (forse) l’essere stata nelle prime file del Teatro, l’effetto delle immagini iniziali di distruzione, della terra che trema senza alcuna intenzione di fermarsi per pochi ma interminabili minuti, è da brivido e all’arrivo dello tsunami l’angoscia è totale! Perché le persone al mio fianco son cresciute con i racconti e le ripercussioni del terremoto del Friuli e perché le immagini del Giappone sono molto, troppo, recenti per non condividere la scelta dell’organizzazione del festival sotto il duplice aspetto di destinare parte dei proventi a quel paese e di proiettare proprio il 6 maggio un’opera simile.

Film catastrofico in tutti i sensi: per le realistiche immagini, che nulla hanno da invidiare ai colossal americani (anzi, talmente accurate e sprovviste della sensazione di essere di fronte ad un modellino che sta affogando in una vasca da bagno, da farci definire gli effetti come special-issimi) e per il taglio, lontano dai cartoon o, come si suol dire, poco disaster e molto drama movie. Si perché tutto ruota attorno alle conseguenze di questo evento su una famiglia, quindi dopo la spettacolare parte iniziale il registro diviene a tutti gli effetti quello di un film drammatico. Estremamente dignitoso, non strappalacrime e coinvolgente forse proprio per la fierezza con cui prosegue.

Basato su fatti realmente accaduti (il terremoto che nel 1976 rase al suolo Tangshan e provocò 250.000 morti) ed ispirato al racconto di Zhang Ling, presenta una prospettiva molto particolare, quella di una famiglia, appunto, distrutta e divisa per sempre dal cataclisma. Per tutto il tempo si alterneranno sullo schermo le vite delle due metà, due fanciulli, con in mezzo una madre straziata dal dolore per le scelte fatte nei drammatici momenti di devastazione, sino alla resa dei conti.

Nessuna denuncia politica in evidenza, non so se per un fattore culturale o meramente politico,ma si focalizza sull’essere umano e sulla sua anima, senza alcun accenno alla realtà cinese. Il rancore, in casi estremi può essere giustificato? Il perdono è davvero necessario per proseguire con la propria vita? È possibile superare la paura e distruggere i demoni del passato? Oppure solo attraverso il calvario del senso di colpa si può andare avanti? Drammi esistenziali, scegliere di essere infelici, riuscire a chiudere capitoli dolorosi della propria esistenza sono infatti il vero fulcro di una pellicola che mai, durante tutti i suoi 122 minuti, dimentica il dramma all’origine della vicenda. Film equilibrato, diretto da mani ed occhi con esperienza, anche se a noi il nome Feng Xiaogang non apre alcun cassetto della memoria. Effetti speciali realistici e spettacolari per delineare l’essere umano: una fotografia che dalla delicatezza e leggiadria arriva sino al cinismo. Ecco cos’è “Aftershock”, l’ennesimo film asiatico che probabilmente non verrà mai distribuito 
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film, cinema, anteprima, aftershock, catastrofico, dramma, cinema cinese, terremoto, friuli, 1976, far east film festival, FEFF, Tangshan, Zhang Ling, Feng Xiaogang, recensione, opinioni, critica, giudizio
Non smetterò mai di stupirmi ogniqualvolta un teatro mi riserva delle belle sorprese! E lo Spazio Tertulliano sembra voglia sbaragliare la concorrenza e salire direttamente sul podio: per la seconda volta consecutiva ha fatto centro! (Certo, ironico è che per ben due volte ciò abbia coinciso con giornate torride e quella sala faccia smagrire anche le palpebre, sob…) Da qualche anno, il caso ha fatto nascere un rituale: io ed FPU prima del tradizionale scambio dei doni natalizi ci concediamo una pièce teatrale. Così una sera dello scorso dicembre l’ho sfinito sino ad acconsentire a rivarcare la soglia del teatro Litta, che tanto ci aveva scottati nel 2009 con una visionaria e folle versione de “L’Amante” di Pinter. Da “Otto donne e un Delitto” ne uscimmo letteralmente entusiasti e riconciliati con uno dei teatri più vecchi di Milano. Ma torniamo ad oggi, quando ho fatto una sauna in compagnia di “4 donne e 1 matrimonio” o meglio, delle belle, simpatiche e brave (ma brave!) protagoniste della mia serata prenatalizia. Eccole li: sul palco quattro donne (già ammirate) e due uomini (da scoprire) che ci presentano una famiglia comune. Conversazioni e confessioni inizialmente in una soffitta, poi in una sagrestia e quindi di nuovo nella mansarda di casa. Quando? Prima, durante e dopo il giorno del matrimonio dei due fratelli gemelli. Una famiglia per bene che si rivelerà “normale” nelle debolezze, negli errori, nelle decisioni da prendere. Una commedia brillante che con ironia affronta problemi più o meno comuni della vita di coppia, del rapporto coi genitori e soprattutto di quel particolare ed importante processo che ci porta ad effettuare una scelta, in cui la paura ha un ruolo fondamentale. Le coppie son 3 e ½: quella in crisi, i perfetti innamorati, gli alternativi (e… no, del ½ non parlerò  ). Chi di loro si salverà? Quale sentimento sopravvivrà alle opprimenti tradizioni di famiglia che faranno emergere continue ed inaspettate verità? Cosa nascondono i protagonisti? Soprattutto, si conoscono davvero in famiglia? Segreti e sorprese si alterneranno per tutto il tempo ed i continui colpi di scena si riveleranno la chiave vincente: rendendo leggero e godibile uno spettacolo che già dalla scenografia (tanto minimal quanto efficace) aveva fatto comprendere che senza tergiversare e con brio si sarebbe arrivati diretti al punto. Quale? La filosofia “occhio non vede e cuore non duole” è davvero la migliore linea da seguire? Oppure si deve essere sempre e comunque sinceri anche quando ciò creerà inutili complicazioni e non approderà ad alcuna soluzione? Tamara Balducci, Linda Gennari, Greta Zamparini e Silvia Giulia Mendola sono alcune delle attrici della compagnia PianoInBilico che speriamo di rivedere la prossima stagione in una nuova rappresentazione. Nell’attesa, ci auguriamo che lo spettacolo continui a calcare le scene italiane nonostante l’estate oramai alle porte e ringraziamo lo Spazio Tertulliano che dal 12 al 22 maggio le ha ospitate.
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