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Il sito di Alfonso d'Agostino: come da definizione fraterna, il sito di un triestino stralunato a Milano
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Se non ci stai proprio attento, rischi di mancarla. E rischi di mancarla anche se sai dov'è, via Brisa. Te la studi sulla mappa alla fermata del metrò (io sono sceso a Cordusio), e poi fa due o tre volte via Mercanti e un pezzo di Corso Magenta, e non la becchi mica. Poi cominci a camminare lentamente, analizzi con calma ogni incrocio, anche il più piccolo, e te la trovi lì. Ci entri e, come scrive Micol Arianna Beltramini in "101 cose da fare a Milano almeno una volta nella vita", sei a Roma. Ci sei per i resti di un antico palazzo imperiale, e ci sei per i gatti, che ti riportano alla memoria i mici del colosseo di rodariana memoria. Fai qualche foto, trovi qualcuno con la tua stessa "guida" in mano (un giorno la recensirò con più puntualità, ma è riduttivo definire le "101 cose da fare a Milano" come una semplice guida), immagini. E leggi un cartello in cui si prega di non liberare cani in quello spazio, e che qualche gattino è già stato sbranato. E ti allontani, pensando alla vecchia signora che li nutre e all'imbecille che ci fa scorazzare un rottweiler. Imbecille lui, non il rottweiler.
Cominciamo con una constatazione: ormai per me è impossibile leggere un libro con Montalbano e non immaginare pagina dopo pagina Luca Zingaretti. Anche se, lo ammetto senza problemi, le serie TV con protagonista il commissario creato da Camilleri mi son piaciute un bel po', sono in imabarazzo. Perchè ricordo con un po' di nostalgia serate passate a discutere con una vecchia amica le caratteristiche fisiche di personaggi della letteratura: ed era un fiorire di "Ma tu come te lo immagini questo?" e di botta e risposte volanti, alle quali cercavamo conferme o smentite ripassando su quelle pagine come su strade già percorse. Devo a quelle serate gran parte della mia scoperta del piacere della rilettura. Montalbano no, ormai è - credo per tutti - stempiato (calvo), sguardo scuro e penetrante, ruga centrale quando si concentra. Dovessi descrivere l'"età del dubbio", il primo aggettivo che mi si formerebbe tra i neuroni sarebbe "malinconico". Il titolo è azzeccatissimo, secondo me, e mi è piaciuto questo Montalbano scossa dalla forza di un sentimento e dei dubbio, appunto. Sinceramente spassoso in alcune parti (uno dei dialoghi fra il commissario ed il questore è da antologia della letteratura comica), ma con una vena sottile di tristezza che lo accompagna nel corso di una vicenda meno "nera" di alcune delle precedenti, ma comunque capace di stimolare interesse, curiosità e - si, perchè no - anche qualche riflessione.
Di Admin (del 18/11/2008 @ 22:08:29, in Blog, linkato 22 volte)
Io vivo da solo, e in genere l'ordine e la pulizia della mia casetta sono affidati alla cure amorevoli della mia portinaia. Che la scorsa settimana, ahimè, era ammalata.
Ieri, fumando una sigaretta in meritata pausa, qualcuno mi ha chiesto "Che hai fatto questo week-end"? Come si è soliti dire succeda ai condannati a morte, mi sono rapisissimamente passati davanti agli occhi frammenti di domenica, ed in particolare una serie di istantanee in cui...
- alfonso butta la carta - alfonso butta la plastica - alfonso butta la pattumiera (dopo averla accoltellata) - alfonso rimuove segni di dentifricio dal rubinetto del bagno - alfonso fuma una sigaretta sconsolato asciugandosi il sudore - alfonso attacca con una salva di mortaio le incrostazioni sulla padella del... ehm... giorno prima - alfonso sistema cd, riviste, posacenere e altri generi di conforto affollanti la scrivania - alfonso fuma una sigaretta spossato - alfonso apre il frigo, interrompe l'accoppiamento di due formaggi e le getta via - alfonso fa la conoscenza con Mocho Vileda e ne apprezza le qualità - alfonso annaffia le piante - alfonso riempie di carta igienica il bagno, di scottex Il portarotolone e la pancia di pringles
E soprattutto, alfonso si decide a montare le librerie, le posiziona, sposta sul letto tutti quei volumi che componevano le doppie e triple file sugli scaffali, li divide per editore, comincia a riempire le librerie nuove e... stracazz, sono di nuovo a tappo assoluto.
"Ci sei?" "Si, scusa, Il w.e., dicevi? Sono stato in giro a fotografare"
E' il primo libro di Paul Auster che leggo, e ne sono assolutamente entusiasta. E' come quando ti siedi con un amico e lui inizia a parlarti, per liberarsi: il racconto prosegue, tu ti trovi a farti mille domande e a non esporle, attendendo che la marea di parole si attenui, e insieme quasi desiderando che non si esaurisca subito. La sensazione è la stessa: la voce narrante è quella dello scrittore Peter Aaron, la trama racconta gli ultimi anni di vita di Benjamin Sachs, amico di Peter e a sua volta autore di opere letterarie. E, di nuovo, come in una chiacchierata fra amici, in alcuni punti ti domandi come si sia finito per cambiare discorso, e a ricercare i link che hanno portato quello scambio in una o nell'altra direzione; questo anche per chiarire che non si tratta di un vero e proprio monologo, ma di una storia in cui l'interesse del lettore viene stimolato, ricercato, a volte anche - strategicamente - trascurato. Ma mai, e ancora mai, con una parola o una frase fuori posto. Le citazioni: "Per me la più piccola parola è circondata da acri ed acri di silenzio, e perfino quando riesco a fissare quella parola sulla pagina mi sembra della stessa natura di un miraggio, un granello di dubbio che scintilla nella sabbia" "I libri sono degli oggetti misteriosi, ho spiegato, e una volta che cominciano a circolare può succedere di tutto. Possono causare misfatti di ogni genere, senza che tu possa farci un accidenti di niente. Nel bene e nel male, tu non hai assolutamente alcun controllo" "Si dice che una macchina fotografica può rubare l'anima di una persona. Nel caso di Sachs, penso sia successo il contrario. Credo che quella macchina fotografica gli abbia restituito a poco a poco la sua."
Di Admin (del 13/11/2008 @ 23:40:18, in Blog, linkato 7 volte)
E volendo proseguire il racconto iniziato qui... C'è un antico CRT con gli adesivi fighi Ci sono due orsi bianchi di peluche C'è il mio amico Mac (notare la finezza dell'immagine precedente sullo schermo) C'è il primo puzzle completato con la T. Ci sono due assegni per foto che ho venduto (complessivi 14 euro) C'è un panorama tergestino visto dal sentiero Rilke C'è una foto della Fallaci giovane C'è un timbro alabardato C'è un gran casino sulla scrivania, con il liquido per pulire occhiali e obiettivi, due accendini, penne sparse ed altre impilate, un lettore di Compact Flash, un hard disk esterno, forme di vita aliene dette polvere, cd vergini, una vaschetta per le Pringles, un cd di Guccini (Stanze di vita quotidiana), fogli sparsi, un pennarello verde speranza, "In direzione ostinata e contraria" di De Andrè, un pacchetto di sigarette, una cucitrice rossa C'è una colonna con dei CD e la prima parte di uno scaffale ricolmo di libri C'è, in alto a sinistra, una palla di cuoio bianca di cui mi accorgo solo adesso
Questa è una recensione dai contenuti multimediali ed insieme una dichiarazione d'amore. Ricordo distintamente che la prima cotta della mia vita la presi a sette anni per un personaggio di Capitan Harlock, e precisamente Kei Yuki (da una breve ricerca su google apprendo che era "figlia dell'astronomo Shuichiro Yuki. Suo padre conduceva studi per realizzare colonie spaziali e morì in circostanze misteriose, ma il governo lo fece passare per un sognatore morto a causa dei suoi ideali." <-- il che spiega molto dei miei successivi 25 anni di vita.  Racconto questo episodio un po' per gettare ulteriori ceppi nel fuoco delle mie turbe psichiche, un po' per giustificare il fatto di essermi perdutamente innamorato di Lisbeth Salander, protagonista assoluta di "La ragazza che giocava con il fuoco" e già personaggio fondamentale nel primo libro della "Millennium Trilogy" di Stieg Larsson ("Uomini che odiano le donne"). Lisbeth è un personaggio splendido, con uno spessore assoluto, un tragico passato di abusi e ingiustizie che l'ha resa pericolosamente asociale, diffidente come un gatto selvatico, indipendente e guerriera. Una descrizione davvero approfondita sarebbe oltremodo complessa: così descritta, Lisbeth apparirebbe come la solita ribelle anticonformista, ma di pagina in pagina la si scopre capace di intenerirsi o durissima con gli altri, sexy o maschile come una scavatrice, ricchissima di sentimento o cattiva come solo una ragazza ferita può essere. Intrigante, fastidiosa al limite dell'urlo liberatorio, un personaggio davvero a tutto tondo, a dispetto del fisico esile, androgino. E, a proposito di fisico, all'uscita di questo romanzo si sono scatenate le discussioni sul fatto che - improvvisamente ricca per motivi che non vi sto a spiegare - Lisbeth vada a rifarsi il seno. Giuro, se cercate sui motori di ricerca balzeranno all'occhio forum e discussioni in cui questa sua scelta è dibattuta drasticamente (cito senza linkarlo un thread aperto sul sito di Donna Moderna...) A me questo particolare ha fatto ulteriormente appassionare: e non per una passione ereditaria per le tette grosse, ma proprio perchè in aperta contrapposizione con un carattere così poco interessato all'esteriorità o al giudizio degli altri. Una contraddizione che è quella delle nostre vite, della nostra incapacità di mantenere delle certezze che ci scivolano via, e che ritocchiamo continuamente in una ricerca infinita di serenità. In Svezia, dove questa serie ha quasi raggiunto lo status di religione, è in fase avanzata di produzione un film basato sui romanzi di Larsson. (QUI il trailer da youtube) Interprete di Lisbeth è Noomi Norén, nell'immagine che segue ritratta sul set del film; mi sembra solo un filino troppo "adulta" rispetto all'immagine che mi ero fatto, ma sono curioso, curiosissimo di vederla in azione.
Sul giudizio: il libro sarebbe da quattro stellette piene, ne sottraggo una per un finale poco credibile che macchia un po'. Ma vale la pena arrivarci, ed una volta iniziato è francamente impossibile mollarlo lì.
Di Admin (del 11/11/2008 @ 23:18:12, in Blog, linkato 36 volte)
(DRIIIIIIIIIN. DRIIIIIIIIN. Suono fastidioso del telefono mentre facevo piccolo riposino pre-cena sul divano. So, insomma, quando arrivi a casa, posizioni la TV su un documentario figo e dopo tredici secondi hai la bolla la naso)
Io (voce molto impastata): "o'nto?"
Lei (voce femminile, accento sudamericano, rumore di tastiera compulsivamente utilizzata): "Pronto? Pronto?"
Io (schiarendo la voce): "si, pronto?"
Lei: "Si, buonasera, la famiglia d'Agostino?"
Io (titubante): "mmmm...siiii?"
Lei: "Buonasera, signore, dovrei parlare con sua moglie"
Io (perplesso): "Difficile, non sono sposato"
Lei (insistente): "Si, ok, va bene la ragazza o la convivente"
Io (sorridendo): "No, mi perdoni, vivo da solo"
Lei (sorpresa al limite dello stupore): "Ma come? Qui c'è scritto che lei ha 32 anni!!!"
Io (ridendo perplessissimo): "Si vabbè arrisentirci!"
Ma un corso di comunicazione prima di mandare la gente in cuffia no? Io mi ci faccio una risata, una chiacchiera con gli amici e un post sul blog, ma qualcuno - dopo una domanda del genere - potrebbe aprire il gas.
Io non sono milanese, credo lo sia capito: sulle pagine del mio sito soffro per le alterne fortune dell'Unione Sportiva Triestina, e le foto con sciarpa alabardata in giro per il mondo hanno suscitato comprensibile ribrezzo in ogni angolo del pianeta.
A Milano ci abito però da quasi dieci anni, ed ho imparato ad amarla. E, quasi di riflesso, ho imparato ad mare gli autori che sanno ambientare in queste vie le loro opere, riuscendo a renderla protagonista di libri, sorta di quinta teatrale in cui ambientare incroci di vite e storie.
Biondillo è un maestro nel rendere Milano protagonista dei suoi romanzi; gli spazi attraverso cui si muovono l'ispettore Ferraro (meraviglioso nella sua umanità e nell'amarezza ironica con cui affronta ogni prova) e gli altri personaggi dei suoi libri sono tracciati con la tenerezza di chi li vive e li ha vissuti, e con la fredda consapevolezza che i tempi cambiano, un certo tipo di delinquenza scompare, l'aria si ammorba. Leggo e penso a Scerbanenco, riscontrando nelle righe di Biondillo le stesse atmosfere, certamente, ma soprattutto la stessa diffusa umanità, in una interpretazione del giallo che è lontana dal sensazionalistico e dallo scioccante a tutti i costi, e che fa invece rima con realtà.
Cosa mi porterò dietro di questo libro, dopo l'ennesima rilettura? I dialoghi surreali con Lanza, la critica urbanistica, le citazioni nascoste ma non troppo, la capacità di insistere di chi ci crede veramente.
Quattro stelle.
Le citazioni: "Inutile andare avanti. Si sa come vanno a finire certe serate. Tu mi piaci perché sei un uomo sensibile, non cerco un'avventura ma qualcosa di serio da costruire insieme, esco da una brutta storia, non sono una di quelle, vieni a bere qualcosa da me, queste bollicine mi fanno ridere, Dio che caldo, scopami Mandingo!"
"Gli agenti immobiliari sembrano tutti dei killer. Prendono il loro vestito della cresima e lo trasformano in una uniforme. Lo fanno perche' cosi' credono di sembrare persone piu' attendibili, degne di fede. Poi pero' se li guardi in faccia ti spaventi. C'e' chi si mette l'orecchino, chi gli occhiali a specchio, chi ha la faccia butterata, chi ancora si tinge i capelli di biondo, chi tutte queste cose insieme. Sono la feccia, i peggiori della classe, quelli che non sono riusciti ad entrare in banca oppure in un ufficio e non hanno nessuna voglia di andare a lavorare in fabbrica. Da ragazzi si sono ammazzati di canne e whisky, andavano d'estate a Ibiza a picchiarsi in discoteca con gli inglesi o i tedeschi, correvano con la macchina e ci scommettevano sopra. Poi un giorno papa'li ha mandati a cagare e si sono ritrovati col culo per terra. E' per questo che vederli con quel vestito da bravo ragazzo e quella faccia da delinquente mette paura. Tra l'altro sono di una incompetenza inammissibile, si vede benissimo che non capiscono nulla di quello che ti stanno vendendo. Se chiedi l'altezza di un locale come minimo te la sbagliano di mezzo metro, un appartamento di sessanta metri quadrati diventa nelle loro melliflue parole di cento"
Come ci sono arrivato? Dunque, ero in chat e... vabbè, troppo lungo, lasciamo perdere, basti sapere che il tutto coinvolge una rivista, un bagno, l'attrice di un film e Google immagini. Il fatto è che sono finito ***QUI*** e, oltre ad aver scoperto un sito dove il fotoritocco diventa davvero arte, mi sono divertito e stupito insieme con la creatività di chi ha pensato ad accoppiare banconote e personaggi celebri, così:
 "Non buttiamoci giù". Per una volta, la traduzione del titolo originale - "A long way down" - ha qualche briciola di genialità. La storia di quattro vite e di quattro intenzioni di porvi fine: Martin, Maureen, JJ, Jess si ritrovano fortuitamente nella notte di Capodanno sul tetto della "Casa dei Suicidi". Strade percorse molto differenti, stesso capolinea e medesima intenzione di chiuderla lì. Con una narrazione in prima persona alternata fra i quattro, scopriamo che Martin ha gettato nella tazza la sua famiglia e una brillante carriera televisiva andando a letto con una (maggiorata) minorenne; Maureen è stata abbandonata dal marito con un figlio costretto a vegetare su una sedia a rotelle; JJ ha chiuso con la sua band e la sua ragazza; Jess... beh, Jess è un'adolescente incazzata con i ricchi genitori e il mondo, con quell'impressione di parlare una lingua diversa in una nazione ostile che - prima o poi - abbiamo vissuto tutti. L'incontro dei quattro, e le avventure che ne conseguono, sono l'occasione sfruttata da Hornby per raccontare - con la consueta vena ironica, brillante, coinvolgente - una storia che profuma molto di incertezza dei nostri giorni, di dubbi di una generazione, di disperazione quasi mal sopita. La citazione: " Era evidente che mi occorrevano due teste, dato che due sono meglio di una e così via. Una sarebbe stata quella vecchia, solo perché la vecchia conosce nomi e numeri di telefono, e quali cereali preferisco per colazione eccetera; la seconda sarebbe stata capace di osservare e interpretare il comportamento della prima, come un etologo televisivo. Chiedere alla testa che possiedo attualmente di spiegare il proprio modo di pensare è altrettanto inutile che fare il proprio numero telefonico sul proprio telefono: in entrambi i casi, ti risponderà un segnale di occupato. O la segreteria telefonica, se hai un telefono con quella funzione. Ci ho messo una quantità imbarazzante di tempo a capire che anche altri individui hanno la testa, e che una qualsiasi testa altrui sarebbe più in gamba a spiegare lo scopo della mia scenata. Questa, credevo, era la ragione per cui la gente perseverava nell’idea dell’amicizia."
Di Admin (del 04/11/2008 @ 22:53:27, in Blog, linkato 82 volte)
(thanks to V. per l'ispirazione)
Non sono precipitato del tutto nel gorgo di Facebook (Faccialibro per gli amici), ma un po' si. E come un giardiniere che cura amorevolmente le sue ortensie, mi sorprendo ogni mattina a dare un occhio alla "My City" per provare ad innaffiarla con un nuovo cittadino e per verificare se sia spuntato un bocciolo nuovo.

C'è chi verifica compulsivamente lo status degli amici, chi si affaccia (anche con un pizzico di voyeurismo) agli album fotografici altrui, alla ricerca di scatti imbarazzanti (immagino i destra mouse --> salva con nome sulla mia galleria di immagini in giro per il mondo con sciarpa alabardata al collo...). E poi - ma siamo decisamente più innocui - ci sono i malati di Mycity, dicevo, che su wall, motori di ricerca e forum cercano di capire quale possa essere la strada più breve per ottenere quello che bramano, e cioè cittadini fighi da aggiungere (tipo l'atleta olimpico, paragonabile per rarità ad un Gronchi rosa) od una via scientifica per rendere gradevole architettonicamente la propria città, evitando gli ecomostri e lasciando il giusto spazio al verde.
Per chi arrivasse qui cercando su Google "come aggiungere cittadini a My city di Facebook": sappi che ci sono decine di teorie su come ottenere quei risultati, e nessuna di queste è confermata. Tra le più accreditate citerei:
1) mantenere bassissimo il livello di scienza (decine di My City addicted raccomandano sul loro wall di aggiungere soltanto cittadini che abbattano i valori di scienza, che ne so, robe tipo la Wanna Marchi d'Oro)
2) aggiungere per decine e decine di giorni sempre lo stesso personaggio (il che ha generato città-bordello con centinaia di spoglierelliste ed un medico primario, o incubi urbani popolati da schiere intere di commercialisti)
3) fare tre giravolte intorno al tavolo, sacrificare una scatoletta di tonno e accendere due ceri rossi un minuto esatto prima di andare a dormire
Di mio, lo si sarà capito, comincio a ritenere che il tutto sia popolato esclusivamente dal Dio Random. E mi limito ormai da settimane ad aggiungere cittadini scelti rigorosamente sull'onda emozionale della prima mattina.
Se accedete a Faccialibro ed ho appena aggiunto un Virologo Pazzo, statemi lontani.

Emozionare non significa necessariamente raccontare di eventi straordinari, irripetibili, eccezionali. Emozionare significa anche raccontare di una esistenza normale, di una coppia che si sfalda, di un rapporto fra fratello e sorella, di un matrimonio in programma che non ci convince appieno.
Mi è piaciuta questa storia fatta anche di depressioni e infedeltà, di improvvisi sbalzi di umore e di certezze che si frantumano in un attimo; la scrittura di Haddon, le sue metafore fulminanti ci narrano di momenti che si palesano in tutta la loro sincerità, nella loro realtà assoluta.
La realtà di due genitori (il padre sulla strada verso la depressione, la mamma con un amante), di due figli (lei ragazza madre piantata dal marito ed in procinto di risposarsi, lui gay) e dei loro vicini, delle loro amicizie, dei loro amori.
E' un errore paragonare il secondo romanzo di Haddon allo "Strano caso delo cane ammazzato a mezzanotte": tanto unici ambientazione e personaggi del primo, così normali e dolorosi questi. La famiglia in cui sei cresciuto, quella che stai costruendo, con un contorno di eventi e problemi in cui specchiarsi continuamente.
La frase: "Il suo testimone di nozze, non lo vedeva da tre anni. Si trattava di un vecchio compagno di rugby, cosa che non metteva psicologicamente a suo agio Katie. "Una volta l'ha beccato la polizia sulla M5 - spiegò Ray - planava sul portabagagli di una Volvo". "Planava?" "Tranquilla" disse Ray "Adesso fa il dentista". Il che era preoccupante in un altro senso.
Di Admin (del 31/10/2008 @ 23:31:51, in News, linkato 14 volte)
Solo una nota serale: fiero di essere stato citato da Hyperbros!
First of all, nota di gran merito per i noir di Ecomafia; una collana che tengo sempre particolarmente d'occhio non soltanto per la percentuale di proventi che vengono indirizzati alla campagna SalvaItalia di LegaAmbiente. Dazieri, Colaprico, De Cataldo, Macchiavelli sono solo alcuni dei nomi del gotha del giallo italiano che si sono confrontati con il tema ambientale in chiave noir. Tra loe prossimi uscite Carlotto e Lucarelli, tanto per dire... La scrittura di Avoledo e le sue storie scolpite nella pietra, solide, ruvide, si ripropongono anche in questo romanzo breve con il cui vero protagonista è il salto generazionale nel rapporto con l'ambiente e la terra: Francesco, manager e padre di famiglia, in difficoltà economica non prova alcuno scrupolo nel cedere le terre coltivate per generazione dalla sua famiglia e destinate a diventare discariche abusive. Avoledo coniuga efficacemente la denuncia sociale di una parte della società per cui tutto è esteriorità e apparenza con una storia convincente, che merita di essere letta. La frase: "... come se al posto del cuore ci fosse un terreno scavato, da cui tutto il buono è stato portato via. E nel vuoto, prosciugato di ogni valore e bellezza, è come se lì adesso ci fosse una discarica di rifiuti"
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