|
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 21/03/2010 @ 21:31:15, in Blog, linkato 924 volte)
Deve essere stato circa venticinque anni fa. La ridente cittadina bisiaca era tappezzata da qualche giorno dai poster di un circo. Non ricordo di quale storica famiglia si trattasse, ma rivedo perfettamente i cartelloni appesi ai pali e ai semafori: tigri e leoni disegnati a colori penetranti, ed una illustrazione di una ragazza - microscopica - con le pinne e la maschera librarsi in una vasca di acqua ricolma di giganteschi squali bianchi. Se ne annunciava l'arrivo per il week end successivo, e - non so più se attratto dagli squali, per i quali già nutrivo una gran passione, o per emulazione dei compagni di classe - cominciai a stritolare i maroni in famiglia affinchè mi ci portassero. I fratelloni, con cui vanto una certa distanza di età, erano in piena tempesta ormonale, lo capisco solo oggi, ed una serata al circo con il fratellino non poteva competere con qualche bicchiere di spriz con amici ed amiche; con i miei non devo aver avuto miglior fortuna, anzi ripesco dalla memoria storica un mezzo sermone del babbo sul trattamento riservato agli animali del circo, e al fatto che dovrebbero essere liberi. Ed anche qui, oggi devo sottoscrivere. Ma la mia capacità di essere pesantemente stressante doveva essere (persino) superiore a quella odierna, perchè si trovò il compromesso: sarei andato al circo con un compagno di classe e la madre, una figura che nel tempo si era fatta un po' mitologica. In una cittadina è normale finire per incrociare in giro bambini e genitori, o per vederli alla partita, o alla peggio all'uscita di scuola. Di quel bambino si vedeva solo il papà, e nelle rare occasioni in cui si erano fatti i compiti a casa sua, della madre non c'era stata alcuna traccia. Doppiamente emozionato, dunque, finii per prepararmi con la maglietta preferita, il portafoglio di capitan findus (giuro) in cui avevo avevo accumulato paghette e monetine, mentendo ai miei sulla reale consistenza del mio patrimonio. Cercate di capire, mi preparavo ad una gran serata. E vidi leoni e altre bestie feroci, saltimbanchi e contorsioniste, trapezisti in costume effettuare carpiati e afferrare le mani del compagno, a sua volta precariamente aggrappato all'attrezzo. E il presentatore con un papillon di dubbio gusto lasciare spazio ad una ragazza cavalcante un cavallo, ed il cavallo nitrire, e la ragazza piroettare e ricaderci al volo. E i pop-corn che scoppiano, la coca che si rovescia, e in una pausa dello spettacolo, sedotto dall'annuncio dello speaker, mi avventurai verso la vasca degli squali, dando fondo agli ultimi spiccioli. La ragazza in costume si muoveva fra verdesche delle dimensioni di un tonno e squali tigre dall'aria talmente imbambolata da far dubitare della loro natura predatoria. Scoprii in un lampo le bugie della pubblicità, e imparai a dubitare di tutto. Tornai al tendone, e scoprii con allegria che l'evento si sarebbe chiuso con uno spettacolo di clown: mi riaccomodai vicino alla signora, e mi preparai a spruzzi d'acqua, spinte e scarpe enormi e... E dieci minuti dopo piangevo a dirotto. Avevo otto anni, non riuscivo a spiegare la disperazione che mi aveva preso guardando quelle facce dipinte, quei sorrisoni rossettati in maniera eccessiva. C'era un pagliaccio che subiva le spinte di tutti, lo prendevano in giro, e sembrava guardarsi attorno disperato. All'ennesima pernacchia, non seppi trattenermi, e affondai il volto lacrimante nel grembo di una che avevo conosciuto un'ora prima. Mi accarezzò i capelli. E' un ricordo che mi ha preso all'improvviso, mentre sfogliavo in libreria le "Opinioni di un clown", di Heinrich Boll. Inutile dire che la copia è rimasta dov'era, e che sono tornato a casa senza sacchetto e libri. "Io sono un clown, e faccio collezione di attimi"
Ci sono dei momenti, nella vita, in cui ti rendi conto con dolorosa precisione di quanto sia esatta la metafora dell'inciampare sempre sugli stessi sassi. Lo vedi lì, al centro della strada. Continui a fissarlo con la certezza che questa volta non ci cascherai, e ti perdi per un istante nelle tante possibilità: "quasi quasi lo calcio via, no meglio se ci giro attorno, anzi guarda lo raccolgo e me lo tengo sul comodino come monito alle puttanate che ho fatto, ripensandoci però..." e niente, ti sei distratto, e hai finito per inciamparci ancora, e sbattere il muso per terra fa molto meno male della sensazione di scoprirti definitivamente, con totale certezza, un perfetto imbecille. Ci stavo pensando proprio ieri, mentre affrontavo piacevolmente l'ultimo romanzo di Sandrone Dazieri. Tornano il Gorilla e il suo alter ego, Il Socio, e tornano con un romanzo che ha un titolo che è una poesia, ed una trama che non deluderà gli appassionati storici di questo investigatore sui generis, decisamente disturbato e che scopriamo felicemente sposato e quasi - q u a s i - professionalmente sistemato. In questo contesto di apparente tranquillità, il Gorilla inciampa (appunto) di nuovo. Non riesce ad accontentarsi della banalità di un suicidio, pur se documentato dalle immagini di sorveglianza di un tunnel metropolitano, e indaga, finendo per incastrandosi nella tradizionale rete di sotterfugi e squallide malignità, corruzioni, vendette. Sorprende positivamente la lucidità del protagonista, conscio di sentirsi costretto a rientrare in un ruolo che non voleva più essere suo, con una tenerissima ma mascolina preoccupazione per l'affetto più caro. E sorprende il finale, forse appena un po' amaro, su cui - come è giusto che sia - non spenderò una parola di più.
Di v (del 15/03/2010 @ 21:25:04, in Mostre, linkato 1278 volte)
Trascinando V. al Castello Sforzesco, sulla base del presunto scandalo di una mostra... (n.d.Editore) Una telefonata, una domanda inaspettata “hai letto sul giornale della mostra al Castello???”, in testa ti si materializza solo un grande punto di domanda, poi la luce e pensi “che stia parlando di quella foto senza senso di morto ricucito visto dai piedi la cui didascalia effettivamente conteneva il lemma ‘scandalo’ che hai visto tra un sorso e l’altro del caffè mattutino?”, dandoti un tono azzardi quindi un “ah si! certooo!”e istantaneamente sai che la fregatura è alle porte. Infatti ecco che arriva impietosa la vera domanda motivo della telefonata “pensavo di andarci, mi accompagni?”. Cosciente che l’Editore ci sa fare con le parole (voi che transitate costantemente da questo sito sapete che non potete confutarmi… eh ehe he) , pensi di incastrarlo tartassandolo di domande pratiche su percorsi, orari e costo del biglietto (punti tutto su questo per declinare l’invito dato che notoriamente a Milano le mostre hanno un costo che si aggira sui 9 euro-troppi per un artista che non conosci) ma lui ti frega con un bel “dai sono solo 3 euro...” Ok è fatta si va al Castello Sforzesco e tutto sommato potrebbe anche essere divertente, alla fine sono opere bislacche “non adatte ai bambini”  In effetti il percorso si completa in 30 minuti, l’ingresso si è rivelato gratuito dato che mancava un’ora alla chiusura del museo e geniale è stata l’idea di disseminare per tutto il museo le tanto chiacchierate sculture così alla fine hai pure dato una rinfrescata ai ricordi di infanzia. A maggior ragione se, in una sala gremita di turisti che hanno il naso all’insù ed ascoltano rapiti la guida che spiega loro cosa stanno osservando, ti senti rispondere alla tua inopportuna uscita “ma che hanno tutti da guardare 'sto soffitto ammuffito?!?” che è un affresco di Leonardo (SI ti senti un’imbecille!) Ora, poteri dilungarmi con profusione di frasi scorrette nella descrizione delle opere dell’artista Zucconi ma mi pare che le immagine che seguono siano abbastanza eloquenti… un solo appunto: ”ma doveva per forza utilizzare tutto quel meraviglioso marmo persiano per esprimere la sua creatività???” Articolo redatto il 15 marzo 2010 da V. - Clicca qui per leggere i suoi post!
Ho divorato, in un paio d'ore ciascuno, le prime tre avventure di Sarti Antonio, sergente, opportunamente - per me, che non le avevo ancora affrontate - ristampate da Einaudi in un volume unico. I tre romanzi - nel dettaglio "Le piste dell'attentato", "Fiori alla memoria" e "Ombre sotto i portici" vivono e si sviluppano su due protagonisti principali di cui - al termine di ogni lettura - senti di poter fare difficilmente a meno. Il primo protagonista, naturalmente, è proprio Sarti Antonio, sergente. Un questorino che già dal nome banalotto e dal grado coscienziosamente indicato in ogni occasione sembra voler anticipare una sorta di topos letterario: quello del poliziotto un po' sfigato, magari neppure dotato di enorme acume poliziesco, ma infinitamente umano. Uno che c'ha una colite ogni volta che viene chiamato dal capo, che s'incazza spesso a sproposito, che sbaglia, non si corregge e dice persino qualche parolaccia. Con una precisazione: i tre romanzi presentati sono stati scritti fra il '74 e il '76 e, se è vero che risentono del clima anche politico di quegli anni, lo è altrettanto che Sarti Antonio, sergente, ha dato il via ad una vera scuola del giallo italiano, in cui la perfetta identificazione fra il lettore e lo sfigo-protagonista è colonna portante della trama. La seconda protagonista? Decisamente Bologna. E se l'omonima canzone di Guccini è la fra le più belle espressioni poetiche dedicate ad una città, i romanzi di Macchiavelli la trasformano in una misteriosa e segreta città parallela, senza stravolgerla sinistramente. Avverti tutto l'affetto dell'autore, a tratti la sua delusione, il coraggio nel trasformare letterariamente l'isola felice delle amministrazioni di sinistra, il fiore all'occhiello di una certa cultura in una realtà dal volto ora oscuro ed ora illuminato dal sole. E' davvero difficile abbandonare Macchiavelli, anche se lo hai scoperto troppo tardi e per via dei romanzi scritti a quattro mani con il tuo cantautore preferito. Saranno contenti, in libreria, perchè io domani ci passo.
Ho conosciuto ed iniziato ad amare Joe Lansdale con "Una stagione selvaggia", il primo romanzo del ciclo di Hap e Leonard: due personaggi così clamorosamente antitetici, così distanti e così meravigliosamente vicini nella loro amicizia da non poter lasciare indifferenti. Come è giusto che sia, mi sono letto in rapida successione tutti gli altri romaanzi della serie, traendone profondissimo divertimento ed una frase che - seppure non particolarmente elegante - ha campeggiato per mesi nella firma della mia mail personale: Leonard dice che sono come uno che esce di casa e pesta una merda di pony / Chiunque direbbe "Cazzo, ho pestato una merda" / Io invece vado a cercare il pony - Joe LansdaleCome fa a non piacere uno così? Lansdale mi ha appassionato a tal punto da farmi facilmente perdonare la pubblicazione dei suoi romanzi in due diverse case editrici (per chi archivia per casa editrice e collana come me è puro orrore!); al ciclo sopra citato, edito da Einaudi, sono seguiti una serie di romanzi dati alle stampe da Fanucci, a cui devo tra le altre cose riconoscere la capacità di azzeccare con costanza praticamente tutte le copertine, e non è cosa da poco. Case editrici - e di conseguenza scaffali - differenti, dicevo, ma una serie di aspetti comuni: l'ambientazione texana, che diviene quasi un protagonista ulteriore delle storie, ed una capacità quasi paranormale di mescolare i generi più diversi in un cocktail gustosissimo fatto di western, un poco di horror, qualche goccia di noir e una bella sorsata di umorismo, in qualche occaqsione volgare-il-giusto. Un composto che, decisamente, funziona. Ed è proprio per Fanucci che Joe Lansdale ha selezionato dieci racconti inediti che riassumono due concetti base della produzione letteraria del texano: la capacità di saltellare amabilmente da un genere all'altro - senza perdere la sua inconfondibile cifra stilistica - e, soprattutto, la straordinaria capacità di essere intrigante a prescindere dalla lunghezza dei suoi scritti. Ci sono autori ottimi romanzieri e pessimi novellisti, ed altri per cui vale l'esatto contrario; Lansdale possiede un talento innato ed è in grado di muoversi su entrambe le partiture, senza perdere minimamente di fascino né - aspetto ben più complicato - di ritmo.
Carissimi, io la notte degli Oscar non l’ho vista, gli articoli in rete sono sempre gli stessi e privi di contenuti. I gossip sono più che articoli delle collezioni di fotografie impietose che ritraggono attrici, starlette e accompagnatrici -anzi dette donne sconosciute ai più ;)- che indossano abiti improbabili e di dubbio gusto! Ah si, tutti apprezzano i capezzoli della Canalis dentro un rosso- Cavalli che nulla può se affiancato da un rosso-Valentino e l’improbabile abito della protagonista di Avatar che se si fosse presentata con le orecchie a punta, la pelle azzurra e strizzata nella tutina Na’vi sarebbe decisamente stata più consona all’evento e più apprezzata. Sembra che la serata fosse un tripudio di abiti e dame grondanti diamanti – su cui i giornalisti si sono soffermati a tal punto da indicare per ogni singola diva chi fosse il fornitore --> ammetto, questo è stato il momento in cui ho deciso che anche per quest’anno di Oscar ne avevo abbastanza! Per quanto riguarda i film, a parte AVATAR che come corretto che fosse ha preso solo le statuette più tecniche e tecnologiche (anche se credo che una gliel’abbia soffiata Star Trek, oh yeah  ), tutte le altre pellicole mi mancano. Apro e chiudo parentesi: non sono adusa a dire “io avevo ragione” , ma rileggendo la recensione di qualche settimana fa di AVATAR , mi permetto di riconoscermi il merito di aver sottolineato anzitempo che le innovative tecniche non sopperissero alla assenza di pathos narrativo, ah! Ora torniamo al film della Bigelow che ho scoperto essere addirittura del 2008 ed uscito in sordina, quindi confido, come già accadde per Pulp Fiction, che ora venga ri-distribuito nelle sale, anche se volermi mandare in missione a sciropparmi un film su degli artificieri svitati in Iraq c’è da volermi male! Per quanto riguarda il film con Sandra Bullock e con Jeff Bridges NON so neppure COSA SIANO  Mi documenterò e se non sono un calcio nello stomaco prometto che al più presto scriverò qualche riga in proposito.
Quando scopri che - su più di 1200 scatti inviati - la tua foto è tra le 35 finaliste suddivise in sette categorie da 5, beh, ne avevo già parlato... la soddisfazione ti riempie le vene come globuli rossi ubriachi e senti un brividino lungo la schiena che non accenna a placarsi. Quando ti presenti alla serata di esposizione e premiazione e vedi la tua foto esposta lì, beh... prima di tutto ti dai del cretino per aver lasciato la D300 a casa ("che faccio, me la porto per fare foto alle foto? nooooo"), e poi finisci per emozionarti un pochino. E fai una cosa che, immagino, sia totalmente comprensibile: cerchi di mimetizzarti - e la sciarpa della Triestina non aiuta - ti piazzi giusto dietro la tua foto e cerchi di carpire i commenti di chi la guarda. Ad ogni critica positiva sopprimi il bisogno di dire "è mia! è mia!", e finisci per bloccare i muscoli della faccia come giocando-a-poker-con-il-full-in-mano, per non fare trapelare nulla. Quando poi, durante la premiazione, vengono annunciati i cinque finalisti e la foto vincitrice nella categoria ICONOGRAFICA/SIMBOLICA è la tua... beh, finisci per fare la figura dello scemo quando vieni chiamato a ritirare il premio, balbetti e guardi un po' per terra, muovi il piedino come un imbranato e ti ritrovi con una gola secca come se avessi inghiottito tre pugni di sabbia. Ed è un bel momento, comunque.
Con rammarico scrivo questo post, indirizzandolo idealmente alla persona con la quale ho condiviso la crescita di C. Eastwood regista, in quanto questa settimana ho visto la sua ultima opera ed è stata una doccia gelata. Sai, inizialmente non ho neppure più riconosciuto la sua mano! Infatti, solo a metà film, dopo innumerevoli sforzi per tenere la mente occupata onde evitare di fare la medesima fine del mio vicino di poltrona (sprofondato tra le braccia di Morfeo) ho associato ad Eastwood la pellicola e mi è calato lo sconforto. Dico questo perché da persona ideologizzata quale sono, puoi immaginare quanto mi costi demolire film di autore che ha spesso incontrato il mio gusto e ha dimostrato crescita costante, contribuendo sicuramente ad alimentare la mia passione per il cinema. Ho sempre sostenuto che Clint Eastwood con la maturità fosse assai migliorato e le sue opere di regia fossero inaspettate perle per il pubblico e per lui un modo assai gradevole -e decisamente remunerativo ;) - per non subire la “pensione” forzata come spesso è accaduto ai suoi colleghi una volta arrivati a maturità, ma da oggi ho qualche dubbio… Credo che Eastwood senta l’avvicinarsi progressivo del giorno del giudizio e non lo stia vivendo serenamente, altrimenti mi spieghi come siamo passati dalla spietatezza di Unforgiven ad un imbelle buonismo di Invictus?!? Siccome mi irrita doverlo ammettere, lo dico tutto in un fiato: prima parte insipida e seconda addirittura melensa (!) farcita di intrecci multietnici di mani, frasi buoniste, movioloni anni ’80, abbracci ed in generale immagini (pseudo) strappa lacrime. Se poi ci soffermiamo sulla storia possiamo metterci le mani nei capelli: non era biografia su Nelson Mandela e neppure film politico che mostrasse da inconsueta angolatura l’incertezza, l’angoscia e la violenza di quegli anni in cui una popolazione è passata repentinamente da Conquistatrice e Dominatrice a semplice minoranza etnica in terra straniera. Immagini cosa deve essere stato veder crollare tutte le certezze ed essere circondati da gente che serba (molto) rancore? Addormentarsi alla sera senza sapere se ci si sveglierà alla mattina seguente? Da morire di paura prescindendo da giudizi di merito. Ovviamente a questo punto è chiaro che non fosse neppure un documentario su evento storico “bizzarro”, ma ahimè purtroppo non era neanche film sul rugby. Oltre a non aver ancora capito le regole del gioco o più banalmente la sua logica, Matt Damond nei panni dello storico capitano dei Verde-Oro è stato talmente convincente che gli suggerirei di studiare con attenzione Any Given Sunday e, dietro lauto compenso, di chiedere ad Al Pacino qualche lezione privata! Ora non mi si eccepisca che sia difficoltoso fare un buon film sportivo, perché mi domando: ricordo solo io Ogni Maledetta Domenica - Any Given Sunday, il tanto apprezzato dalla popolazione giovanile Sognando Beckam, lo storico Rocky o ancora i premiatissimi Fuga per la Vittoria di John Huston e Toro Scatenato di Martin Scorsese?!?! Credo che il quesito irrisolto sia: perché è stato fatto questo film? Che messaggio voleva veicolare? E’ tentativo mal riuscito di promuovere i mondiali di calcio oppure aveva significato più profondo? O ancora, qualcuno cerca il perdono? Alle persone che uscendo dallo spettacolo precedente hanno proclamato con convinzione che questo film dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole chiederei quindi di argomentare: al momento io ho solo la sensazione di aver perso il mio tempo e …un regista
Quando scopri che un autore che ami ha appena dato alle stampe un libro per ragazzi, hai sempre un momento di smarrimento: sei combattuto fra la probabilità altissima di ritrovarti fra le mani una mezza boiata, e la speranza che ti regala una frase di Nick Hornby che ho già citato su questo sito ma che mi piace talmente tanto da non poter fare a meno di riproporla: "Evitare i libri per ragazzi solo perché non si è più ragazzi è come sostenere che i gialli andrebbero letti solo da poliziotti e criminali". Devo ammettere che, in questo contesto, sono state decisamente più frequenti le delusioni: l'ultima in ordine di tempo "Le creature selvagge" di Dave Eggers, serio candidato alla palma di una delle più brutte letture del 2009. Se la premessa, poi, è che il testo che hai tra le mani è strato scritto PRIMA del successo dell'autore, e ripescato alla bisogna, beh, il timore di una cantonata è davvero dietro l'angolo. "Boom - ovvero la strana avventura sul pianeta Plonk" di Mark Haddon ha interrotto la serie: con la doverosa premessa che non si tratta di una lettura imperdibile e che - soprattutto - non lascia minimamente trasparire in un nuovo lettore di Haddon la meravigliosa avventura che lo accompagnerà affrontando "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte". Tutto ciò premesso, devo confessare che la lettura di "Boom", un libro con la copertina gialla e qualche alieno, mi ha insospettabilmente divertito: benché dichiaratamente indirizzato ad un pubblico decisamente giovanile, tanto da essere dedicato ad una IV classe, ha una trama trascinante ed uno splendido protagonista-bambino, inserito in un curioso e spassoso contesto familiare. Ridacchiando solitario in metropolitana, mi sono sorpreso a domandarmi se davvero un undici-dodicenne lo avrebbe trovato delicatamente ironico come stavo facendo io, e capace di alternare qualche spezzone di comicità "un po' grassa" con altre più lievi, evocative, moderate fotografie sociali. Mi sono risposto che si debba trattare di un buon libro anche e soprattutto per questo: adatto a diversi registri interpretativi, da quello più immediato a quello che fa, sorridendo, pensare per un po'.
E' importante terminare la lettura di un libro e riuscire a stabilire che se ne sono tratti degli insegnamenti. Vediamo: 1. Diffidare da tutti i libri che abbiano una fascetta o una quarta di copertina con un qualsiasi riferimento a Stieg Larsson. Che si tratti di un romanzo che "ha scalzato dalle classifiche scandinave Larsson dalle prime posizioni" o di un thriller "sulle orme di Stieg Larsson", è bene starne lontani. 2. Lo sconto del 30% offerto - e che siano benedetti - dalla Libreria del Corso su tutti i libri non è condizione sufficiente per acquistare una vaccata del genere. 3. Quando un autore piazza in ospedale in fin di vita un ragazzo di quindici anni con ferite multiple e fegato tipo spezzatino, e lo stesso trenta ore dopo scorazza per le lande svedesi, non è una accelerazione del ritmo. E' una minchionata. 4. Quando il profilo dei personaggi principali di un romanzo corrisponde, in termini di spessore, a quello delle comparse sceniche, e quando entrambi non superano per peso quello di un moscerino nano, l'opzione "smetto e passo a leggere qualcosa di decente" ha una sua validità.
|