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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Non leggo mai le recensioni su Anobii prima di pubblicarne una mia. Per "Voglio guardare" ho fatto una eccezione, colpito più che altro dal basso numero di librerie che lo ospitano. Sono costretto, piacevolmente, a citare Euridicea, che in due frasi lo ha inquadrato perfettamente. La scrittura è una scrittura semplice, immediata, diretta nella sua brutalità. Una scrittura intensa e coinvolgente, che ti prende le budella e le torce continuamente, senza lasciarti respirare. Ed Heller, si, Heller è un mostro affascinante. Un assassino, e della peggior specie, un dominatore assetato di potere, che gioca con le sue prede, ne pianifica il controllo totale, e lo fa con le creature più innocenti e indifese del pianeta. Ma ti colpisce, non puoi farne a meno, e non puoi fare a meno di sentirti almeno un po' una merda. Un giallo nero, nerissimo, un tuffo nei sentire umani più brutali.

Due storie che si intrecciano.
Un fotoreporter, uno di quelle figure che hanno popolato la vita giornalistica di Perez-Reverte e, felicemente, lo splendido "Territorio Comanche", che ha deciso di appendere l'attrezzatura al chiodo e si è ritirato in una torre di guardia sul Mediterraneo, dove sta dando vita ad un murales incendiato dalle rappresentazioni di stragi, battaglie, guerre antiche e moderne.
Un ex combattente delle guerre balcane, ritratto anni prima dal reporter stesso in una fotografia pluripremiata che era diventata simbolo della sconfitta croata e delle atrocità di un conflitto inumano. Un uomo riconosciuto proprio per quella foto dalla parte nemica e per questo inseguito, torturato, annientato. Un uomo in cerca di vendetta verso chi, ritraendolo in uno scatto, ha cambiato per sempre il destino della sua vita.
La conclusione di questa caccia ed il dialogo fra i due che si sviluppa nelle pagine successive di questo straordinario romanzo diventano l'occasione per rabbrividire della natura umana, commuoversi per le mille storie di altrettante ingiustizie, e per riflettere su episodi crudeli, inaccettabili. Ed insieme, il ricordo di un amore, struggente.
Ogni pagina è una emozione. Perplesso da capitano Alatriste, ho ritrovato un Prez-Reverte che ho amato follemente.
La frase: "Viviamo in un mondo che ha le sue leggi, ma non ci è dato sapere quali siano"

Raramente un libro mi ha regalato tante diverse sensazioni. Una scoperta.
Non conoscevo minimamente De Silva, mi sono lasciato catturare da una quarta di copertina finalmente degna della tradizione Einaudi e dalle prime dieci, poi venti, poi trenta pagine ingoiate con voracità sulle poltrone nere Feltrinelli.
E' la storia dell'avvocato Malinconico, praticamente disoccupato, appena uscito disastrosamente da un matrimonio e alle presa con un cliente camorrista e, soprattutto, permanentemente in lotta con tutte le sue fragilità, ad un passo dalla depressione e con uno scudo costituito da autoironia e una bizzarra filosofia di vita.
Una storia che emozione, che fa saltellare allegramente da una risata ad un pagina di tristezza indicibile, in un girotondo di sensazioni che non abbandona mai. Perchè "spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee".
Consigliatissimo, davvero.
La frase:
"Certe volte penso che quando alzi la testa, e cominci a muovere le cose e a chiedere, invece di subire tutto praticando il minimo sindacale di resistenza (che poi è il mio modo di vivere), la realtà ti nota. Acquista un po' di stima nei tuoi confronti e ti rende la vita più facile. Ecco perchè all'improvviso capita che trovi posto sotto casa, o una donna ti guarda, o ti offrono un lavoro. (...) E' che la realtà s'informa, sul conto delle persone. Quando concede questi bonus, procede ad una apertura di credito. Ti dice: eccolo, è tuo, ma non fare la cafonata di sperperarlo per tornare pezzente domani mattina. Non l'hai trovato per terra: l'ho dato proprio a te. Dimostrami che non ho sbagliato sul tuo conto. Continua così: cambia."

Nel mio IPod c'è "Luci a S.Siro" di Vecchioni cantata da Guccini al Club Tenco, con una introduzione in cui il Guccio spiega perchè l'ha scelta. "Ci sono canzoni per cui ti chiedi Maledizione, perchè non l'ho scritta io?".
Leggevo Sedaris con lo stesso identico pensiero, l'altra sera. Il pensiero di uno che ha un blog, tende a scriverci cose sincere ed altre volutamente divertenti, e vorrebbe tanto riuscire ad infondere lo stesso spirito leggero (ma mai banale), lo stesso splendido umorismo (mai inutilmente comico), la stessa autoironia nella rilettura di quanto mi accade.
Una raccolta di racconti che è un'autobiografia, con gli alti e bassi inevitabili in una forma letteraria di questo genere, ma con picchi di assoluta genialità che le risate - e ci sono, oh se ci sono - non possono nascondere o far dimenticare.
Consigliatissimo, anche in una sera un po' nera, con una tazza fumante in mano, la tv spenta, ed il piacere di abbandonarsi alle storie di uno a cui vorresti telefonare per domandargli di più.



Si galleggia, come vascelli di un passato remoto privo di GPS e motori diesel, con la sola forze delle vele e una bussola imprecisa.
Si naviga fra correzioni impossibili da attuare, pagine di una tragicità assoluta, veri pugni nello stomaco difficilissimi da incassare. Ondate che avvolgono, sollevano poppa e prua, trascinano fra correnti e marosi della vita di tutti, di quelle difficoltà di relazione e sentimento che affrontiamo spesso senza strumenti adeguati.
E quando tutto appare perso, ricompare per un istante un orizzonte, un ramo nel mare, un istante di povera speranza che Franzen è bravissimo a travestire da caustico commento sulla società moderna, sulle mille contraddizioni che le accompagna.
Un attimo di respiro, prima di ripiombare nella tempesta. Ma se in quell'attimo sei riuscito a chiudere un messaggio in una bottiglia, e a scagliarlo lontano...
Un libro duro, in parte anche difficile, scritto magistralmente e sempre in bilico fra una depressione neanche troppo latente ed un feroce sarcasmo.
La frase: "Quelle erano sere, e ce n'erano state centinaia forse migliaia, in cui nulla di così traumatico da lasciare il segno era accaduto al nucleo famigliare. Sere di semplice intimità alla vaniglia, sulla poltrona di pelle nera; dolci sere di dubbio fra notti di squallida certezza. Gli venivano in mente adesso, quei controesempi dimenticati, perchè alla fine, quando si stava cadendo in acqua, l'unica cosa solida a cui aggrapparsi erano i figli."
Hornby mi piace un bel po'. Un colpo di fulmine con "Alta fedeltà", seguito da una stupita passione con "Febbre a 90" - quella passione che ti prende quando ti rendi conto che non sei un malato isolato ma che la tua è una follia condivisa, e qualcuno la rende bene in letteratura.
Nella mia libreria, "Un ragazzo" è entrato con un bel po' di ritardo, fondamentalmente perchè sono uno scemotto che odia portare alla cassa della libreria un volume con la fascetta "Da questo libro il film con....!". Ringrazio San Giusto che il film di "Romanzo Criminale" sia uscito un bel po' dopo la mia lettura di De Cataldo, altrimenti sarei ancora lì a rigirarmelo fra le mani.
Tornando on topic, ho approfittato di una promozione sui romanzi Tea, tolto la fascetta e trascinato a casa questa sorta di romanzo di formazione con protagonisti Marcus - adolescente trasognato, che canta a mezza voce senza accorgersene e si ritrova distante in ogni cosa dai coetanei - e Will, single che vive di una rendita-eredità paterna e frequenta club di ragazze madri fingendo una paternità mai avvenuta e un figlio.
Un romanzo che affronta temi anche drammatici con una leggerezza non fastidiosa, curioso e ben costruito, ma tutto sommato a mio parere non il miglior Hornby. Capace comunque di immagini fulminanti, come quiella della piramide di amici, gente, conoscenti, su cui a ben vedere si poggia ogni nostra esistenza.
La frase: "Quanto era fico Will Freeman? Fico così: negli ultimi tre mesi gli era capitato di andare a letto con una donna che non conosceva molto bene (cinque punti); aveva speso più di trecento sterline per un giubbotto (cinque punti); aveva speso più di cinque sterline per un taglio di capelli (cinque punti) (…) aveva venduto i suoi album di Bruce Springsteen (cinque punti); si era fatto crescere il pizzo (cinque punti) e se l’era anche tagliato (cinque punti). Il guaio era che non aveva mai fatto sesso con una donna la cui foto fosse apparsa sulla pagina di costume di un giornale o di una rivista (meno due punti) e che in tutta onestà – l’unica cosa vagamente simile a un principio etico in Will era la sua convinzione che mentire su se stessi nei test fosse del tutto sbagliato – continuava a credere che con una macchina veloce è facile far colpo sulle donne (meno due punti) (…)"
Ci sono tre cose di cui ho imparato a diffidare negli anni: la difesa della Triestina quando vinciamo uno a zero, Asso Kappa quando gioco a Texas Hold'em e i libri protagonisti di un caso letterario.
In questo caso, sbagliavo. Fortunatamente una persona a cui tengo molto - e di cui mi fido altrettanto - è riuscita a piantare il seme del dubbio nella mia convinzione, ed un paio di pagine lette sulle poltrone nere Feltrinelli hanno fatto il resto.
Mi stupisce un po' una cosa: su Anobbi, il voto medio del libro è alto, ma una buona parte delle recensioni è negativa. Francamente, ho trovato questo libro tutt'altro che vacuo, ed anche alcune delle critiche sullo spessore dei personaggi mi sono parse eccessivamente ingenerose.
Difficile, è vero, indicare il protagonista principale di queste pagine: Mattia, adolescente chiuso al limite del patologico prima, geniale matematico poi. Alice, giovane in cerca di approvazione dal branco in una prima fase, moglie complessa successivamente. Denis, tormentato dai primi vagiti della sua omosessualità.
O forse, più semplicemente, il vero protagonista del romanzo è il lettore, nel suo continuo ricercare somiglianze e differenze da personaggi così difficili, per accorgersi - lievemente atterrito - che proprio differenze e somiglianze con i giorni veri si equivalgono.
Che sia questo il vero motivo della difficoltà di scriverne positivamente? Paura? Non lo so, ma so che il mondo vero è qui fuori, e ci assomiglia terribilmente.
Una nota solo lievemente stonata per il finale, forse un po' leggero e probabilmente non risolutivo. Al punto da domandarsi se si tratti di una porta lasciata aperta dall'autore per un eventuale proseguimento. Oppure, e lo ritengo personalmente più probabile, testimonianza di un autore giovane, alla ricerca della sua maturità, e con la difficoltà comprensibile a staccarsi definitivamente da Dennis, Alice, Mattia.
Stessa fatica che ho provato io, una volta superata l'ultima riga.
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23/05/2013 @ 3.07.36
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Caro me stesso,
puoi cortesemente appuntarti che:
Nota mentale -1: ricordati di leggere attentamente le recensioni su anobii prima di acquistare un libro
Nota mentale -2: ricordati che se un libro non ti ha convinto ad una prima lettura, non devi necessariamente approfittare dei 100 punti Feltrinelli pensando "in fondo ho 30 euro di sconto, al limite non mi piacerà", perchè è matematico che sarà una piccola o grande boiata.
In questo caso, la combinazione malefica è stata: prime pagine mediamente interessanti, quarta di copertina ben costruita, sinossi della storia (storia?) venduta come un ghiacciolo agli esquimesi.
Da evitare.