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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Admin (del 03/03/2009 @ 22:54:49, in Racconti, linkato 401 volte)
Mano
Chissà. Forse quando lo imbottigliano, lo sanno. Dovrei andarlo a chiedere. Dovrei andare a chiedere se si rendono conto di quanti ricordi suscitino, se sanno che il vendemmiare, pigiare, invecchiare e imbottigliare alla fine si riduce a questo. A un semplice ricordo. Forse una di quelle mani lo immagina. Immagina che il gesto lieve con cui sposta quel grappolo di acini bianchi – dalla vite al cesto di vimini – condurrà a un ricordo. E quell’altra? Si, quelle dita che incollano pazientemente l’etichetta sul vetro. Il tipo di vino, una piantina della regione in leggero sottofondo. L’anno di mietitura. Produzione artigianale. Vino prodotto a mano. E ricordi di una mano. Una mano stretta, in un primo fuggevole contatto di presentazione. “Piacere” accennato sorridendo, con altri pensieri per la testa, immediatamente dissolti dall’immagine di una nuvola di capelli, di un sorriso, di un paio di jeans chiari. O la mano di un gioco intenso e malizioso, una mano accarezzata lievemente dalla mia, un contatto – polpastrello su polpastrello – che valeva il prezzo di un brivido. La mia mano che fingeva di saper leggere la sua, tracciando con un dito le linee di vita, salute, fortuna, alla ricerca dell’incrocio fra le tre. Un incrocio di strade in cui incontrare, necessariamente, la mia storia. La mia mano. Mani che si intrecciano, nell’unica occasione in cui lei lo consentì. Una notte fredda, riscaldata soltanto da quell’intrecciarsi. Dita stretta su dita, indici contro indici, stringersi. In pochi secondi di studiata, struggente bellezza. La sua mano. La stessa con cui posò la cornetta, un istante dopo aver distrattamente mormorato un “ciao” che aveva la stessa, identica valenza di un addio. La sua mano in viaggio verso un altro paese, continente, mondo. Senza essersi agitata in un saluto da aeroporto. Senza voltarsi indietro. E la mia mano, adesso, che si alza, ad indicare all’oste che porti un’altra bottiglia. Chissà. Forse quando lo imbottigliano lo sanno. 
Sasso
Ci sono sere, come queste, in cui ho compagnia.
Succede quando a qualcuno brilla la scintilla della curiosità. Un piccolo interruttore bianco posizionato subito dietro al cervello. Fa proprio così, “clac”. E va a chiedere informazioni all’oste.
E qualche minuto dopo me lo ritrovo seduto qui, dove sei tu. Ha fatto “clac” anche il tuo interruttore. L’ho notato, cosa credi. Ma tu non sei andato dall’oste, ti sei mosso direttamente verso il mio tavolo, e questo mi piace; quindi riempiti il bicchiere di bianco, e ascoltami. Perché a te, alla tua curiosità, la storia dei miei sassi la voglio raccontare.
Se lo domandano tutti qui in paese. I ragazzi che mormorano “il pazzo dei sassi” incrociando il mio sguardo mentre passeggio davanti alla scuola; le anziane comari sedute sulle panche del Duomo, quando varco il portone della chiesa per scambiare due chiacchiere e un goccio di vino con Don Federico. Persino il sindaco, che ho sorpreso in un dilettantesco e ingenuo pedinamento mentre scendevo verso il fiume.
E’ vero, sono quello che raccoglie i sassi. Ma non raccolgo sassi a caso, sai? Raccolgo quelli in cui inciampo.
Dì la verità, quante volte ti è successo? Cammini, mille pensieri nella testa, o con lo sguardo perso dietro allo svolazzare di una gonna poco più avanti. Cammini, inciampi in un sasso e ti giri, a lanciare quello sguardo corrucciato e accusatorio ai danni di una pietra, colpevole di aver compromesso – per un istante solo – il tuo incedere.
Io, a differenza degli altri, mi giro e lo raccolgo. E sai perché?
Perché, porcaccia eva, nella vita inciampi sempre negli stessi errori. Gli stessi. Puoi costringerti a cambiare, provare a trasformarti, giurarti e spergiurarti che non lo farai più. Poi ci ricaschi.
Lo stesso soffrire per una causa che sai già essere persa, lo stesso strano menefreghismo verso chi oggi ti apprezza e domani, fatalmente, farai scivolare lontano da te. La stessa apatia figlia dei sogni e nemica del tuo quotidiano. La stessa identica, sfottuta incapacità di discernere fra affetto e convenienza, riguardo e presa in giro. E ci ricascherai ancora.
E ci ricascherò anch’io, giorno dopo giorno, un errore uguale all’altro. Ma almeno ho la certezza di non incappare negli stessi sassi. Quelli reali, intendo, che giacciono al sicuro dentro un pozzo abbandonato poco distante dalla mia cascina.
Di quelli metaforici, amico mio di una bevuta, non ci libereremo mai.
Forbici
Questa sera, il tavolo non è ingombro soltanto di bottiglie e bicchiere.
Questa sera, tra lo stupore dell’oste e gli sguardi di malcelata curiosità di altri avventori, ha con se delle foto, della colla, e un paio di robuste forbici di metallo.
Ed è pronto a tagliare.
A tagliare per sempre dalla sua esistenza quello che è stato, e quello che non sarà mai più. Non sarà più quel giovanotto sorridente e pronto alle risa, con dei buffi capelli spettinati ed in mano un cappello da cow-boy. E non sarà più l’introverso adolescente ripreso da un parente, un libro aperto sulle ginocchia ed uno sguardo basso a cercare – tra le pagine di un classico – le risposte a tutti i suoi perché. E taglia.
Non ci saranno più loro, ad accompagnare con chitarre e filtri fatti con un biglietto del tram le fantasie in un volo pazzo verso le nuvole. E non ci saranno loro, curiosa combriccola di poeti usi a cantare di mare ed orizzonti troppo lontani da raggiungere, e troppo vicini per non essere desiderati. E taglia.
Non ci sarà più lei, a trascinare il suo cuore nel deserto di una solitudine rumorosa, a convincerlo della sua nullità, ad allontanarlo in preda ai più atroci e miseri dei dolori. E non ci sarà lei, lei che ha abbandonato al termine di un corto viaggio, in una stanzetta sudicia e incolore, atto di amore estremo per lei, per i suoi occhi, che meritavano di più da questa vita. E taglia.
Ci sarà quella strana fototessera. Quella in cui fa la linguaccia al fofografo immaginario, ma con degli occhi grigi così tristi da non sembrare veri. Questa non la taglia. La incolla.
La incolla sopra a tutti quei ritagli, incolonnati fra loro, a dominare – con una espressione di dolorosa serenità – giorni che non vivrà più, e che forse non ha mai vissuto.
Di Admin (del 09/02/2009 @ 22:24:22, in Racconti, linkato 156 volte)
Siediti. Guardami negli occhi. E ascolta.
Ho delle storie da raccontarti.
Voglio raccontarti di mio padre che tornava dai viaggi di lavoro - lui diceva "andare in missione", il che rendeva il tutto ancora più affascinante ai miei occhi di bambino. E di ritorno, dalla ventiquattr'ore comparivano un puffo per la mia collezione e una saponetta, di quelle piccole, con il logo e il nome dell'albergo in cui era stato. Le annusavo incuriosito. Ancora oggi, a distanza di anni, Firenze ha per me il profumo leggero di lavanda, Cagliari quello più forte di pino silvestre.
Voglio raccontarti del mio primo libro. Di come il fratellone, tornando da Venezia, si infilò in camera mia e mi mise in mano un sacchetto verde, e dentro "La collina dei conigli". Non era Natale, e neppure il mio compleanno. A distanza di quasi tre decenni, sono ancora convinto di dovergli due gusti imperdibili della vita (amaro Averna escluso): quello della lettura, che mi conquistò immediatamente, e quello dei regali fuori stagione e senza motivo, con cui ogni tanto sorprendo e di cui - in una parola sola - gioisco.
Voglio raccontarti della corriera che collegava Monfalcone a Gorizia, impacchettato dai miei che tifavano per una mia immediata conversione alla lingua della perfida Albione. Io ottenevo declinazioni verbali, piccoli sacchetti di patatine che mi fanno sorridere ancora oggi quando li compro, e pacchi di libri che leggevo, restituivo e andavo in libreria a ricomprare. Il piacere della rilettura. Le riviste "Millelibri" e gli appunti presi a matita e cancellati poco prima di riconsegnarli.
Voglio fare con te un salto in avanti nel tempo, adesso, e portarti in un paese di settemila abitanti e 33 (trentatre) bar. E una casa calda. E un tizio con i capelli rossi che un sera suonava la chitarra, un cane che mi saltava in braccio mentre il padrone rideva, un bimbo bielorusso concentratissimo che disegnava il mio ritratto e l'unica ragazza friulana a cui consento un abbraccio (Lu santa subito).
Fai così: siediti, guardami negli occhi, e ascolta.
Di Admin (del 18/09/2008 @ 21:15:38, in Racconti, linkato 213 volte)

Era distesa sul letto di una camera d'albergo, poggiando il capo su di un cuscino, con un telefono appoggiato sul grembo; su di un comodino, due elenchi del telefono pesantemente segnati da sottolineature rosse.
Alza la cornetta e, dopo aver consultato un pagina dell'elenco, compone un numero. Occupato. Riprova. E' libero.
"Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "Grazie, signorina, ma non abbiamo bisogno di nulla, buona serata" "no aspetti, mi ascol..." CLIC
Una sottolineatura rossa, poi un'altra pagina, a caso, un numero. Libero.
"Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "Basta! Si vergogni: una voce adulta, e ancora a giocare con il telefono" CLIC
In quella camera d'albergo c'è la l'immagine della solitudine, della tristezza, della disperazione, e della bellezza di un racconto che nessuno vuole ascoltare. C'è il desiderio di "contare" e "cantare", la voglia di raccontare ed il desiderio di un minimo di attenzione. E c'è la sicurezza che una persona capace di starle accanto debba esistere, da qualche parte.
"Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "No, perchË dovrei, anzi, vieni qui a casa mia a parlare che..." CLIC
Questa volta, e tante altre ancora, Ë lei a riattaccare. Non cerca questo. Cerca una persona accanto. A volte, la sera, prova a immaginarlo; non fisicamente, naturalmente, ne immagina atteggiamenti, respiri, comportamenti.
"Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". CLIC
Una sottolineatura rossa.
Di Admin (del 01/03/2008 @ 23:11:15, in Racconti, linkato 255 volte)
Sogno
Capita spesso che sogno e ricordo si confondano. Cioè, mi capita di sognare cose che mi sono realmente successe, e di ricordare come episodi reali momenti assolutamente onirici. Quello che segue è successo anni fa, e torna di tanto in tanto a visitare le mie notti.
Paesaggio carsico, sentieri bruciati dal sole, terra secca, e spiazzo d'erba verde in lieve pendio - che sembra trapiantato lì da un istante e destinato a scomparire in un momento. Al centro di questa sorta di radura, la maestra, con uno straccio bianco e rosso in mano.
Rivedo - risogno - i capelli ricci, lunghi, ed una gonna lunga battuta dal vento. A una trentina di metri di distanza da lei, in entrambe le direzioni, sono schierate quasi militarmente due classi di una piccola scuola elementare. Siamo al termine di una gita al Museo della Rocca, ci siamo arrampicati sui cannoni della prima guerra mondiale e abbiamo ascoltato il racconto di trincee, piombo assassino, aerei, gas. Ci siamo inoltrati un po' tra le colline ed è giunto il momento del più classico fra i giochi dei bambini all'aria aperta.
Si gioca a Bandiera.
E stiamo pareggiando, e tocca a me.
A me e a quella spilungone della terza B, capelli a caschetto e occhi di un azzurro quasi irreale. L'idolo delle bambine della mia classe, peraltro. E "chi vince questa vince tutto" chiosa la maestra, a drammatizzare ulteriormente una situazione che per me, timido e introverso per natura, aveva già assunto le dimensioni di una scalata del Pordoi.
E' passato tanto di quel tempo, e rivedo - risogno - quegli attimi, quasi al rallentatore. La sua mano che si stringe sulla stoffa, un istante prima della mia. La sua corsa verso la vittoria, il mio tentativo di raggiungerlo per toccarlo, quella schiena - enorme, per me, lunghissima - che continua a sfuggirmi di un niente, che accelera, che mi distanzia.
Quando penso ad uno straccio, penso a quella stoffa bianca e rossa, che non sono riuscito a raggiungere mai.
Nemmeno in un sogno.
(Pubblicato sul n. 40 di “Stracci”)
Di Admin (del 01/03/2008 @ 22:58:47, in Racconti, linkato 223 volte)
Un passo avanti
Tu la vedi così, in piedi di fronte a te. Nessun tramonto infuocato, vele bianche all’orizzonte, soffio di vento a ravvivargli i capelli. No. Sei un semplice mare di città, per quanto possa essere semplice un mare, e l’unica concessione alla poesia sono grida di gabbiano in sottofondo.
Lei fissa quelle onde come se fossero l’ultima cosa al mondo da vedere. E poi fa un passo avanti. Fa un passo avanti e l’acqua comincia a lambirle le caviglie, fa un passo avanti per un amico lontano, per le sue lettere senza risposta, per un’offesa antica e perdonata senza che fossero necessarie delle scuse. Eppure, ha fatto un passo avanti per lui, per non averlo meritato, per aver perso un’occasione, per aver sottolineato con piccole fughe vergognose e lievi amnesie forzate il suo volersi allontanare. Respira. Respira, e fa un altro passo avanti. Fa un passo avanti, e l’acqua sale lenta a sfiorarle un ginocchio. Fa un passo avanti per tutte le sue fottute paure, per la paura di cambiare e quella di restare uguale. Fa un passo avanti per il timore della solitudine e per la tristezza della compagnia. Per il gelo che sente dentro e per il fuoco che non conosce più. Per quello che ha fatto e quello che avrebbe voluto fare. Per il ghiaccio allo stomaco, quando alla sera si addormentava rendendosi conto di non aver riso nemmeno un istante. Sospira. Sospira, muove le gambe, fa un passo avanti.
Fa un passo avanti, e le onde raggiungono poco a poco l’inguine, lo stomaco, l’ombelico. Fa un passo avanti per tutti i suoi sogni infranti, quelli fatti da bambina e quelli cullati in notti senza fine, fino a poche ore prima.
Un passo avanti per aggredire le delusioni, bocconi amari ingoiati senza un perché, piccoli sgarbi lontani e vicini nel tempo. Parole non dette che feriscono come coltelli. Silenzi fatti di sguardi, intese lontane nel tempo. Si ferma. Si ferma perché, cazzo, questo è un mio personaggio. C’è la notte, l’insonnia, la musica che mi riempie la testa e un sacco di ricordi tristi a volteggiarmi nel sangue. Ci sono tutti gli elementi per…
Ma ho ancora la forza di fermare un cammino dentro il mare. Puoi ingrossarti quanto vuoi, alzare le tue onde su di lei, creare vortici e gorghi, far crescere maree improvvise e immotivate, inventarti correnti incoerenti o ammaliarla con il tuo canto leggero.
Ma ci sono qui io. E lei si ferma, sospira e torna indietro. Dentro i miei pensieri, al sicuro.
Di Admin (del 01/03/2008 @ 22:41:38, in Racconti, linkato 232 volte)
Ombre Era una passione come le altre. C'e' quello che cattura farfalle e le fissa con uno spillo sotto un vetro; ci sono quelli che collezionano francobolli, adesivi, tappi di sughero, etichette di vini. C'è la mia raccolta di piatti sporchi nel lavello, ma e' un'altra storia.
E poi c'era lei, con la sua passione diversa dalle altre. Lei fotografava ombre.
In precedenza, avevo limitato le mie uniche esperienze con le ombre a giochi da bambini, con lampada e luce proiettata: allenamento e applicazione, ed ero diventato davvero bravo ad animare un'anatra sul muro, aggiungendo ulteriore drammaticità registrandone lo starnazzare durante un documentario ed utilizzando quella cassetta come fragile colonna sonora. A distanza di anni, posso ancora risentirne il fruscio, se mi concentro.
Poi - inevitabilmente - qualcuno più furbo e intraprendente di me mi aveva sorpassato, affascinando tutti con una pallida imitazione di un calciatore, e – soprattutto - con sconcissimi movimenti a simulare, scatenando la fantasia, un amplesso. Dimenticata la mia anatra perfetta, il nuovo idolo era lui. Ero rimasto troppo a lungo bambino, con i miei animali e le mie favole, e il mondo intorno a me cresceva e correva via, ed io non riuscivo più a starci attaccato. Lui, lui sì che era perfettamente a tempo, con quelle dita tozze che scatenavano primi pruriti, e qualche invidiatissimo pelo sul petto. Chissà che fine ha fatto, lui.
Anni dopo, una vita dopo, era arrivata lei. Con una Nikon sempre nella borsa, la tracolla gialla, le lentiggini sul naso, un caschetto di capelli rossi sotto un cappello a visiera, ed un paio di occhi verdi in cui mi ero quasi immediatamente perso. Io, il mio mezzo lavoro di scrittore dalle alte ambizioni, non smettevo di cercare favole nelle ombre. Lei, accanto a me, le fotografava.
Fotografa ombre di persone, di animali, piante, alberi.
Non sopportava che si mettessero in posa, scattava di slancio, diceva che le ombre sono l'ultima cosa sincera rimasta al mondo: incapaci di mentire, costrette e inchiodate al suolo, quasi scolpite. Non nostro riflesso, continuava, ma riflesso della luce che, potenzialmente, covi dentro di te. Lo diceva per convincermi che avessi anch'io una luce dentro, là - in fondo - dove strappavo ogni tanto un sorriso alla vita.
Ne parlo al passato, perchè non c'è più. E' scappata ad inseguire un sogno: immortalare in uno scatto l'ombra di ogni palazzo, vicolo, campanile della sua città. E farne un'unica, immensa stampa, in cui riconoscere i suoi giorni, i nostri, i tuoi.
La riconoscerai: cammina guardando sempre per terra. Felice.
Di Admin (del 01/03/2008 @ 22:37:34, in Racconti, linkato 329 volte)
(dedicato ad un amico, occhi negli occhi)
Voltati.
Voltati e va via, senza girarti.
Perche' non so se posso reggere il tuo sorriso. Non so se posso guardarti per un'ultima volta. Voltati, e va via.
Perche' non posso far correre lo sguardo sulle tue labbra. E perche' non voglio ricordarti per come sei davvero, per le tue risate, per le quattro chiacchiere annegate nel fumo delle nostre due sigarette. Per questo, voltati. Voglio star male adesso, per non pensarci poi. Voglio ricordarti con la rabbia inespressa di quando hai mollato tutto, di quando mi hai gettato via.Di quando hai pensato che la tua vita non potesse prendere una direzione diversa. Di quando hai compreso che mi avresti ferito, di quando sei partita, di quando hai voluto negare l'evidenza di quella luce fioca, ma costante, che aveva appena iniziato ad illuminarci.
Voglio ricordarti così: fredda, distante, lontana. Una voce lontana. E adesso, adesso che ci siamo ritrovati - per qualche ora appena - adesso che hai riso di nuovo con me, confidandomi forse in un nostro codice di aver pensato a me... no, non voglio che sia questo il mio ricordo di te.
Quindi voltati, voltati e va via.
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