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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
(sempre dal ricettario di scrittura creativa, sempre dalla sezione Diari e Immaginaria. Sto leggendo Moon Palace di Paul Auster e, nel perdermi della storia di un personaggion cieco, mi son tornate in mente queste pagine scritte ormai cinque anni fa)28 marzo 2003 – venerdìIl direttore della rivista che hai tra le mani avrebbe voluto intitolarlo “Diario di un non vedente”. Io mi sono incazzato quasi subito, e ho ribattuto che sull’indice, a pagine cinque, avresti trovato scritto “Diario di un cieco”. Perché odio i luoghi comuni e i giri di parole quando scrivo, e li detesto con più forza quando sono costretto a viverli. Abbiamo trovato una mediazione su “Senza luce”. Per me è sufficientemente reale e per lui è abbastanza politically correct. E’ così che nascono i titoli nel dorato mondo del giornalismo d’elite. Non posso neppure vantarmi della commissione con gli amici; nell’intero panorama nazionale, gli scrittori ciechi si contano sulle dita di una mano, e ho la ventura di essere il più famoso fra questi. Merito, in parte, di un paio di romanzi abbastanza venduti; merito, in gran parte, di qualche apparizione televisiva, buona per essere riconosciuto per strada e, soprattutto, per dotarmi finalmente di display braille da collegare al PC. Può sembrare curioso, ma non è complicato mandare a memoria la tastiera e la posizione dei tasti. E’ complicata la rilettura, la correzione, con quella voce sintetizzata che rilegge le mie parole con la stessa passione vocale di un meteorologo al TG5. Per il comando “Salva con nome”, invece, vale ancora il microfono davanti alla bocca. E così, mi pagano affinché tu possa leggere la storia di un fine settimana vissuto da un cieco. Non ti senti fortemente responsabilizzato? Non senti prudere le dita, non senti la necessità di fotocopiare questo pezzo per distribuirlo ad amici e conoscenti? Non credi di sentirti già un uomo migliore? Se le risposte a questi quesiti dovessero essere negative, ebbene, benvenuto nella mia vita, lettore ideale. 29 marzo 2003 – sabatoLa vita deve essere ricca di amicizie, ed io ne ho. Ne ho di inanimate (un bastone bianco, leggero e flessibile), ne ho di umane e non (Leika, un pastore tedesco con la croce rossa sul dorso e nel cuore). Fra gli amici umani, ci sono quelli normali – passeggiate, spesa con me al super, chiacchiere al bar – preziosissimi, dolci, insostituibili. E poi ci sono gli amici pazzi. Aldo è un amico umano pazzo, e oggi mi ha portato alla stadio. Voglio dire, un cieco allo stadio. Come se nulla fosse: biglietteria (dove, con una certa ironia, mi hanno staccato un ridotto), scalinate, poltroncine. Al suo braccio, ma con il bastone in mano, e lui che sogghignava e mi descriveva le espressioni di stupore intorno a noi. Nella mezz’ora di attesa, prima dell’inizio delle ostilità, Aldo mi ha raccontato tutto della sua squadra e degli avversari. Classifica, precedenti, giocatori di spicco, vecchie glorie. Mi ha descritto il riscaldamento, e di come quelle maglie rosso acceso spiccassero senza stonare sul prato verde illuminato dai riflettori. Ha narrato per me l’ingresso delle due formazioni, le foto di rito, il controllo delle reti alla ricerca di falle ingannatrici. Ed io ho iniziato ad ascoltare la folla. A comprendere, dal silenzio carico d’ansia e dall’eccitazione delle urla, se la fase di gioco fosse favorevole o meno. A riconoscere il rumore che fanno dodicimila contemporanei sospiri di sollievo. Ad aspettare, con ansia persino crescente, che lo stadio scoppiasse di un’unica incontenibile felicità. E quando Aldo ha interrotto a metà una frase (una intera radiocronaca, la sua, solo per il mio orecchio), quando a sei minuti dalla fine è esploso un boato, ho urlato anche io. Aldo dice che porto fortuna, e che per il mio compleanno mi regalerà un abbonamento. 30 marzo 2003 – domenicaCi sono giornate in cui ti svegli per un motivo ben preciso. Oggi è il giorno in cui mettere in versi sensazioni, emozioni, momenti. Senza luceE luce non funon so dir cosa sia fotografianon so una foglia, non so cos’è un sorrisoconosco bene carezze sul mio visoconosco ancora viaggi della fantasiaE luce non funon ho mai visto garrire una bandieranon vidi mai da occhi non creaticonosco invece respiri emozionatiquando rinfresca l’inizio di una seraE luce non fuma non cercare di leggere il mio cuorechiudi i tuoi occhi, ascolta i miei pensiericerco di vivere, oggi dopo ieriperché resisto, non voglio cedere al doloreE luce non fue fatalmente, non lo sarà mai31 marzo 2003 – lunedìHo scritto di respiri emozionati, ieri; ho scritto di cuore, di viaggi della fantasia. Siete tutti lì, ad aspettare che io mi compatisca. Siete lì da qualche minuto a leggermi, attendendo l’urlo soffocato di un dolore troppo profondo, di una solitudine insopportabile, vero? Confessatelo, cosa vi può costare? No. In questa serata che volge al notturno non mi va di darvi ragione. Ho occhi molto più profondi dei vostri, lo sapete? Sono occhi con cui vedo ogni particolare. Sono occhi con cui, terminato il Marlborino post-amore così tipica dei film che guardate, provo a immaginarla andar via. Senza chiedermi se questo incontro sia stato soltanto l’incrocio di due corpi che si cercavano, o qualcosa di più. Senza domandarmi se lei sia entrata nel mio letto per un gesto di pietà, di passione, di commozione o chissà che altro. Non lo voglio sapere. Lei è bellissima. Non posso sapere quale significato attribuiate voi a questo termine. Per me, per me è un misto di profumi avvertiti e colori soltanto immaginati, di immagini della mente e di tessuti pelle capelli labbra ciglia soltanto sfiorate. Di risate soffocate nei baci, di chiacchiere inutili davanti a un bicchiere di bianco. Tutto questo la rende viva, presente, bellissima. Sta andando via, proprio adesso. Ed io voglio solo immaginarla, mentre sistema il suo cappello davanti a quello specchio, privo di cornice, che ho appoggiato alla parete del salotto qualche anno fa. Lo specchio riflette la sua figura un po’ antica, le scarpe con un po’ di tacco, la gonna lunga fin sotto al ginocchio che le mie mani senza guida hanno accarezzato solo qualche ora prima. La vedo guardarsi, cercando forse nel suo sguardo una motivazione, o un pezzetto di futuro. Un assaggio solo. Sfiora per l’ultima volta il cappello, adesso. Un curioso cappello anni 30, mi ha raccontato. Lo sistema un po’ davanti ed un po’ dietro, con vezzo giovane ed insieme così vissuto. Poi apre la porta, e va via.
Secondo esercizio dalla sezione "Diari e Immaginari" del "Ricettario di scrittura creativa". Stessa scrittura e medesima intenzione; protagonista? Un bambino appena nato...
Ebbene si, questo sono io qualche anno fa...
LunedìEcco, come se non fosse abbastanza difficile essere stato strappato da lì, dopo quasi nove mesi di tranquillità fluida – se capite cosa voglio dire. No, evidentemente non era sufficiente. E allora mi trovo da da due giorni con questo cretino che mi solletica il mento e mormora “Tippete Tappete”. Ho fatto l’errore di ridere, la prima volta, e adesso è un continuo. Martedì“Peccato, non ricorderà nulla di tutto questo” Come sarebbe a dire che non ricorderò nulla? Questo pensiero sfuggito a mezza voce alla mamma mi fa preoccupare. Credo di aver capito che quando sarò grande – intendo dire adulto, con un lavoro come il babbo, il cellulare che trilla, le bollette e la fila alla posta, il posto allo stadio, pentole da lavare, lettere da amici lontani nel tempo – quando sarò grande non ricorderò nulla di questi giorni. E’ dura da accettare: ero convinto che almeno il primo pianto, lacrime di dolore, sorpresa e un bel po’ di incazzatura appena uscito da lì, dovesse restare per sempre con me. Devo ammettere che il ragionamento ha una sua logica: in effetti, non ricordo già più come ci fossi entrato là dentro. MercoledìAncora “Tippete Tappete”. Il grumo di latte che gli ho scaraventato sulla camicia appena indossata lo convincerà a desistere? E mi chiedo cosa ci sia in me capace di far intenerire qualsiasi essere vivente mi si avvicini. L’effetto è lo stesso, che si tratti di nonne affettuose, camionisti esausti, avvocati in carriera o professionisti disgustati dalla loro giornata. E’ diventato il mio passatempo preferito quando la mamma mi porta al super: mi sono già venute a noia le scatole colorate che mi incuriosivano giorni fa, la palla rossa e lucente della mela, la forma comica di un fico. Adesso mi concentro sui volti di chi ci circonda, cercando di catturarne lo sguardo: riuscire a strappare un sorriso a chi cammina con gli occhi bassi e le spalle ricurve è diventato poco a poco un piacere. Non che abbia molti mezzi a mia disposizione; ma un urletto strozzato e un grazioso vorticare dei piedini sono capaci di risvegliare un accenno di allegria in qualsiasi bipede mi incroci. Ed è gradito anche dal labrador della vicina. Giovedì La mamma mi prende, mi allatta, mi stringe al suo corpo fino al momento sacro del ruttino - proprio all'orecchio. Mi impegno, perché so di darle una certa soddisfazione. Poi mi fa sedere per terra; per un attimo, ho l'impressione che si tratti di una nuova prova di mobilità, quella da eseguire strisciando per terra come Rambo sotto una recinzione di filo spinato. All'improvviso, però, vedo LUI…
Ha i miei stessi calzini bianchi un po' corti. La stessa identica tutina gialla, tipico regalo pre-parto di chi vuol comunicare affetto ma non può indovinare il sesso del nascituro. E non si limita ad essere vestito come me; agita le mani mentre lo faccio io, strabuzza gli occhi, sparge persino un po' di bava contemporaneamente a me. Ho capito tutto soltanto quando ho allungato la mano per togliergli quel sorrisetto idiota dalla faccia. Mi è sembrato per un attimo che allungasse la mano per parare il colpo poi… poi le mie dita hanno incontrato quella superficie piatta, ed ho capito che non sarei riuscito a conquistare un valido alleato contro il Tippete Tappete. Ero io, e a dirla tutta cominciavo a piacermi.
Non voglio sentire lamentele quando, tra qualche anno, comincerò a chiedere con insistenza un fratellino.
Fino a qualche tempo fa, il solo accostarsi dei termini “scrittura” e “creativa” mi avrebbe causato innalzamento della pressione, crescita spontanea di pustole virulente e sudore freddo lungo la schiena. L’immagine che l’espressione evoca è quella di un seminario milionario, in cui volenterosi esordienti ricchi di palanche e racconti nel cassetto siano intenti all’adorazione dell’officiante, in genere un autore affermato in grado di schiudere le porte al dorato mondo dell’editoria internazionale. Come deve apparire attraente il mestiere dello scrittore: lavoro a casa se ci sono i pupi da accudire, o in giro per il mondo, per i più fortunati. Nottate intense ad attendere il tocco dell’ispirazione e poi via – verso la scelta delle copertine, le copie da firmare, le interviste. Non sono mica tanto convinto che sia così: preferisco le immagini di scrittore di Scerbanenco, capace di descrivere la scrittura come un processo faticoso, il suo forte grido di “non esiste l’ispirazione”. Esiste il sedersi davanti alla macchina da scrivere, e provarci, parola dopo parola, riga dopo riga. E poi, e poi ci sono quelli come noi, che amano scrivere ma non lo fanno per professione. Ci riconosci perché abbiamo tasche sformate dalle Moleskine, siamo quelli a cui chiedere una penna nel momento del bisogno, perché ne abbiamo sempre una. Qualcuno apre un sito e ci scrive delle cose sue, altri le leggono e le commentano. Prendiamo appunti ovunque. Poi, un regalo fortunato: il "Ricettario di scrittura creativa" di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi, edito da Zanichelli, Il “Ricettario” è per quelli come noi. Mi ha convinto con l’Introduzione, in cui gli autori spiegano il perché di questo titolo un po’ curioso: “Vogliamo che nessuno lo confonda con un Manuale. I Manuali hanno la pretesa di insegnare per filo e per segno come si fa una cosa. (…) Questo Ricettario è solo un libro di esempi, istruzioni ed esercizi”. Ed è cos' nel proseguio del libro: si spiega in cosa consista una specifica tipologia narrativa, con il supporto di brani tratti dalla lettereratura che ne applica la modalità. In questo modo, il Ricettario diventa anche una interessante guida letteraria, che può portare alla scoperta di testi meno conosciuti. Segue immediatamente dopo la proposizione di veri esercizi di scrittura. Nel primo capitolo, ad esempio, è proposta la pratica del "Diario immaginario"; come esempio raccogliamo alcune pagine di Mark Twain "Diarion di Eva", l'esercizio suggerisce di provare ad immaginare alcune pagine tratte da un ulteriore, ipotetico "Diario di Eva". E questa è la mia :) Masaccio, Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre
1 - Tutto è così nuovo, affascinante, intrigante. Ogni passo che traccio, ogni azione che compio, ogni mio pensiero è nuovo. Nuova è l'alternanza indolente di luce e di buio. Il disco dorato che è vietato guardare dona calore e fa schiudere i fiori. Più tardi, lo scudo pallido che rischiara appena il mio corpo sparge stille di freddo, accompagnato soltanto da un luccichio lontano di puntini luminosi, immobili. Mi fanno paura, copro il viso con i capelli, e cerco di dormire nell'attesa che torni la luce ad accompagnare le mie scoperte. E sono così felice, quando arriva la luce! Così felice che incomincio a correre, a saltare, a provocare con grida il risveglio di questi strani esseri con le ali, coperti dai rami, ma fischiettanti. Il cielo assume sempre lo stesso colore del fiume che scorre poco distante da me, ma che non ho ancora avuto il coraggio di toccare. Non voglio vedere l’immagine della mia mano riflessa anche lassù.
2 – Questa mattina ho avvicinato la mano al fiume, guardando il cielo. Mi aspettavo di vedere le mie dita lassù, ma ho visto soltanto uno sbuffo bianco, dal bordo irregolare, che per un attimo ha coperto il disco dorato e offuscato la luce. Poi ha continuato a muoversi, molto lentamente. Ed io, concentrata sul lento viaggio di “oscuraluce” – devo pur darle un nome – ho continuato ad accostare la mano al fiume senza accorgermene. Ho provato una sensazione strana, quando l’ho toccato. Le dita lo sentivano correre tra di loro e sotto di loro, fresco, ed io mi sono chiesta come sarebbe stato entrarci con tutto il corpo. Ma ho avuto paura, e sono corsa a cercare un albero per eliminare dalla mia mano ogni traccia di novità.
3 – Mi è stato detto di non avvicinarmi mai più a quell’albero. Non mi era sembrata una pianta così speciale, ma strappandone delle foglie, ieri, mi è sembrato di intravedere nel verde un frutto che non avevo mai visto. Devo riuscire a dimenticarlo.
4 – Odio tutto questo oramai. Odio questa perfezione, l’assoluta ogni cosa è al suo posto, pulita, coerente con ciò che la circonda. Non sopporto i profumi, i rumori, i colori di questa natura; nella loro pacata e immutabile bellezza riconosco lo sfregio che macchia la carne del mio compagno. Mi impressiona da sempre, da quando per la prima volta osservai il suo torso e l’orrenda cicatrice che l’attraversa.
Ho imparato a desiderare il dolore, la sofferenza, a sognare un evento che spezzasse questo rigido susseguirsi di giornate uguali o di scoperte che non eccitano più.
Ho compreso che la gioia, la felicità, il piacere possono colmare questa mia anima tumultuosa solo se intimamente vissuti. E come sarei in grado di comprendere la luce se non esistesse il buio? Come conoscere il calore se non attraverso il gelo? Come potrei sorprendermi felice, se non conosco il dolore?
Fingerò che sia curiosità, o leggerezza, e mi avvicinerò a quell’albero.
Nulla, nemmeno la perdita di questo Eden, potrà essere più infimo della noia che attanaglia le mie giornate.
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09/09/2010 @ 6.25.22
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