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Distesa sul letto di una camera d'albergo, poggia il capo su di un cuscino, con un telefono appoggiato sul grembo; su di un comodino, due elenchi del telefono pesantemente segnati da sottolineature rosse.
Alza la cornetta e, dopo aver consultato un pagina dell'elenco, compone un numero. Occupato. Riprova. E' libero. "Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "Grazie, signorina, ma non abbiamo bisogno di nulla, buona serata" "no aspetti, mi ascol..." CLIC Una sottolineatura rossa, poi un'altra pagina, a caso, un numero. Libero. "Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "Basta! Si vergogni: una voce adulta, e ancora a giocare con il telefono" CLIC In quella camera d'albergo c'è la l'immagine della solitudine, della tristezza, della disperazione, e della bellezza di un racconto che nessuno vuole ascoltare. C'è il desiderio di "contare" e "cantare", la voglia di raccontare ed il desiderio di un minimo di attenzione. E c'è la sicurezza che una persona capace di starle accanto debba esistere, da qualche parte. "Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". "No, perchè dovrei, anzi, vieni qui a casa mia a parlare che..." CLIC Questa volta, e tante altre ancora, è lei a riattaccare. Non cerca questo. Cerca una persona accanto. A volte, la sera, prova a immaginarlo; non fisicamente, naturalmente, ne immagina atteggiamenti, respiri, comportamenti. "Pronto?" "Pronto, buona sera, lei non mi conosce, le vorrei raccontare una storia, una storia bellissima, ma sono sola e ho bisogno di parlare, la prego non riattacchi". CLIC Una sottolineatura rossa. |